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Il budget resta la clausola della discordia

del 29/11/2011
di: Antonio Trotti Luca Orlando
Il budget resta la clausola della discordia
Nei rapporti di agenzia è ormai sempre più invalsa la prassi secondo la quale le ditte inseriscono nel contratto, «ab origine» o successivamente alla stipula, un'apposita clausola che preveda per l'agente il raggiungimento di obiettivi di vendita, collegando a essi conseguenze di diverso genere: alcune volte premiali, molto più spesso «punitive», sino all'attribuzione in capo all'azienda della facoltà di scioglimento del contratto per fatto e colpa dell'agente.

È inutile dire che, in tempi di crisi, tale clausola (comunemente rubricata nel contratto sotto il termine «budget») a cui le aziende ricorrono sempre più frequentemente e quasi sempre nella sua formulazione più penalizzante per l'agente, è spesso al centro di dispute tra le parti.

Quando, recentemente si è presentato l'ennesimo caso, che racchiude in sé aspetti spesso comuni alla maggior parte delle situazioni che si verificano, è quindi sembrato opportuno affrontare compiutamente l'argomento, anche al fine di fornire agli agenti di commercio gli strumenti per una più consapevole valutazione di tale fenomeno.

Ecco in breve il caso proposto:

«La mandante con cui collaboravo da 11 anni, alla ripresa delle attività in settembre mi ha comunicato la disdetta in tronco del contratto per mancato raggiungimento del budget relativo al 2010. La previsione di un budget è stata introdotta solo nel 2003 ed in quel caso i limiti sono stati concordati, poi invece sono stati comunicati dall'azienda e raggiunti solo nei primi due anni (2003/4)».

Il caso, come detto, è piuttosto comune, ma offre molti spunti di riflessione permettendo di proporre una panoramica esauriente della fattispecie. Con la previsione contrattuale di un budget si fissa appunto un volume di affari che l'agente deve conseguire in un determinato periodo, normalmente annuale, ma non sono infrequenti i casi di termini semestrali o addirittura trimestrali. Raramente il budget è stabilito a fini premiali, con il riconoscimento, in caso di conseguimento di una percentuale provvisionale aggiuntiva o di una somma determinata. Molto più comunemente il mancato raggiungimento del volume di affari, per espressa previsione contrattuale, costituisce inadempimento di tale gravità da non consentire la prosecuzione del rapporto e legittima l'azienda alla risoluzione del contratto. La clausola che sancisce tale facoltà in capo alla mandante deve essere controfirmata dall'agente ai sensi degli artt. 1341 e segg. codice civile, trattandosi di clausola vessatoria (cioè di una previsione che determina un chiaro squilibrio nei diritti e negli obblighi posti dal contratto a carico di una delle parti).

Ciò detto passiamo alle osservazioni sul caso in esame:

- il primo rilievo è quello relativo all'immediatezza della contestazione. Nell'ipotesi prospettata la mandante ha risolto il mandato per il mancato raggiungimento del budget solo i primi di settembre e cioè quando la circostanza del mancato raggiungimento le era ben nota da parecchi mesi. Si rappresenta, infatti, che gli ordini relativi all'anno 2010 sono stati raccolti e trasmessi dall'agente, al più tardi, nel mese di dicembre 2010 (e già questa sembra una ipotesi improbabile dal momento che le campagne vendita di ogni anno si chiudono con notevole anticipo onde permettere all'azienda di procedere alla produzione e consegna dei beni venduti nel rispetto dei tempo stabiliti). Ciò detto, l'azienda, sin dai primi del nuovo anno, sapeva o comunque poteva sapere dell'insufficienza del valore complessivo del volume di affari prodotto rispetto a quello preventivato in contratto e poteva conseguentemente contestare il relativo addebito all'agente.

In relazione al requisito dell'immediatezza una dottrina praticamente unitaria e una giurisprudenza largamente maggioritaria (vds. fra le altre, Cass. n. 10088/93, Cass. civ., sez. lavoro n. 3898/99, Cass. civ., sez. II n. 23455/04) hanno chiaramente e uniformemente indicato e statuito che se a recedere è il preponente, questi può addurre solo fatti di cui sia venuto a conoscenza da un tempo relativamente breve, non anche fatti conosciuti da molto tempo o da diverso tempo.

Nella fattispecie, la mandante era a conoscenza piena dell'attività svolta nell'anno precedente dall'agente, e per circa 8 mesi nulla ha obiettato in relazione al volume di affari non in linea con quello previsto. Già questo aspetto potrebbe far considerare assolutamente intempestiva la risoluzione per giusta causa intimata dall'azienda.

Altra considerazione è quella relativa alla circostanza che nonostante il budget non sia stato raggiunto nei cinque anni precedenti l'azienda non si sia mai avvalsa della facoltà di rescindere il contratto.

Tale situazione ricalca appieno quell'ipotesi di acquiescenza, che la giurisprudenza ha configurato come impeditiva della volontà di avvalersi della clausola risolutiva espressa: «il principio per cui la parte che abbia prestato acquiescenza, anche per facta concludentia, alla violazione di un obbligo contrattuale posta in essere dall'altro contraente, non può addurre tale violazione come motivo di inadempimento, per intervenuta rinuncia, trova applicazione anche nel caso in cui sia stata pattuita la clausola risolutiva espressa» – ( vds. Cass. n. 7618/86).

Sul punto non si può non citare un'interessante sentenza del Tribunale di Bergamo del 2008 la quale evidenzia che «in tema di clausola risolutiva espressa, il giudice è ammesso a valutare la condotta in concreto tenuta dalle parti del rapporto obbligatorio, che, a prescindere da specifici obblighi contrattuali, devono preservare l'una gli interessi dell'altra, ispirandosi al principio generale della buona fede e al divieto di abuso del diritto. Se da tale valutazione risulta che la condotta del debitore, pur realizzando sotto il profilo materiale il fatto contemplato dalla clausola risolutiva espressa, è conforme al principio della buona fede, ciò deve condurre a escludere la ricorrenza della colpa e, dunque, la sussistenza dei presupposti per dichiarare la risoluzione del contratto, dovendo essere l'inadempimento tale da comportare siffatta conseguenza almeno colpevole. Qualora, invece, sia evidente che il creditore ha manifestato la volontà di avvalersi della clausola risolutiva espressa mediante modalità contrarie alla buona fede, tale volontà non appare meritevole di tutela da parte dell'ordinamento e non può, pertanto, spiegare i propri effetti.

Sul punto la Corte di cassazione (vds. sent. n. 5455/97) ha affermato che l'esistenza di una rinuncia tacita deve essere accertata in maniera chiara attraverso il riscontro da parte del giudice di merito di comportamenti tenuti dal soggetto rinunciante chiaramente incompatibili con la conservazione del diritto. La situazione descritta dal lettore pare particolarmente favorevole a fornire tale prova dal momento che, secondo quanto prospettato, l'azienda non si è mai avvalsa della clausola nelle precedenti cinque occasioni di mancato raggiungimento dei budget annuali.

Dubbi inoltre suscita la legittimità di una clausola che preveda la possibilità di una unilaterale determinazione del budget da parte della preponente. Infatti una siffatta previsione si può configurare come meramente potestativa per la facoltà attribuita in via esclusiva alla preponente di determinare il contenuto di un'obbligazione di risultato da porre in capo all'agente e il cui mancato raggiungimento è motivo di risoluzione per giusta causa del contratto da parte della mandante.

Un ultimo profilo, strettamente connesso al precedente, è quello relativo alla raggiungibilità dell'obiettivo. È, infatti, di tutta evidenza, che il protrarsi della gravissima e globale crisi economica, che continua a deprimere il consumo, comporta in maniera ancora più stringente la necessità di verificare la raggiungibilità e adeguatezza degli obiettivi prefissati rispetto alla realtà economica. Appare quindi evidente che, laddove gli stessi si dimostrassero sproporzionati rispetto alla situazione del mercato di riferimento, la loro determinazione risulterebbe effettuata in contrasto del principio generale della correttezza e buona fede che deve guidare le parti nell'esecuzione del contratto.

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