Consulenza o Preventivo Gratuito

Disconoscimento dei figli lungo

del 26/11/2011
di: di Dario Ferrara
Disconoscimento dei figli lungo
La persona in stato di incapacità per infermità mentale non decade dal diritto di disconoscere il figlio fino a quando dura lo stato di malattia. Lo stabilisce la Corte costituzionale con la sentenza 332/11, pubblicata il 25 novembre, bocciando l'art. 245 Cc. La norma è parzialmente illegittima laddove non prevede che la decorrenza del termine indicato nell'art. 244 Cc per l'azione relativa al disconoscimento di paternità sia sospesa anche nei confronti del soggetto che, sebbene non interdetto, si trovi in una condizione di abituale grave infermità di mente, che lo renda incapace di provvedere ai propri interessi, sino a che duri tale stato di incapacità naturale.

Intendere e volere. L'obiettivo del legislatore, osservano i giudici della Consulta, è sospendere sine die la decorrenza del termine di proposizione del disconoscimento della paternità nel caso in cui la parte interessata a promuovere l'azione si trovi in stato di interdizione per infermità di mente, e quindi nella situazione di non potere avere conoscenza e consapevolezza del fatto costitutivo dell'azione e di poterla validamente esperire. Questo tuttavia porta ad affermare che la tutela offerta dalla norma di cui all'art. 245 Cc dipende, non già dalla formale perdita della capacità di agire del soggetto quale conseguenza della dichiarazione di interdizione, bensì dall'accertamento della sussistenza in concreto di una condizione intellettiva e volitiva gravemente menomata in presenza dei presupposti di cui all'art. 414 Cc.

Estensioni escluse. L'articolo 245 Cc, tuttavia, mostra una formulazione chiara che non consente interpretazioni estensive che offrano la garanzia della sospensione del termine di decadenza anche rispetto a un soggetto formalmente capace. Ne consegue che l'esclusione della praticabilità della omologa garanzia nei confronti di chi, sebbene non interdetto, si trovi in eguali condizioni di abituale infermità di mente che lo rende incapace di provvedere ai suoi interessi, configura la lesione dei principi di cui agli articoli 3 e 24 della Costituzione. E ciò a causa dell'irragionevole equiparazione del soggetto capace a quello di fatto incapace e - specularmente - dell'irragionevole diversità di trattamento riservata a soggetti che si trovino in un'identica situazione di abituale grave infermità di mente, che preclude in entrambi i casi la conoscenza dei fatti costitutivi dell'azione in esame. Non bisogna dimenticare, poi, la contestuale lesione del diritto di azione – e del correlato principio di tendenziale corrispondenza, in materia di status, tra certezza formale e verità naturale – impedito al titolare di un'azione personalissima che si trovi nella condizione di non avere conoscenza e consapevolezza del fatto costitutivo dell'azione e quindi nell'impossibilità di esperirla validamente e tempestivamente. Ecco perché l'articolo 245 Cc risulta incostituzionale nella parte in cui non prevede che la decorrenza del termine per il disconoscimento della paternità è sospesa sino a che duri lo stato di incapacità naturale, anche nei confronti del soggetto che, pure non interdetto, sia affetto da grave infermità di mente.

vota