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Paletti alla regolarizzazione Iva

del 19/11/2011
di: di Debora Alberici
Paletti alla regolarizzazione Iva
Il contribuente non è ammesso alla speciale procedura di regolarizzazione dell'Iva in caso di fatture per operazioni inesistenti se l'operazione commerciale è elusiva e quindi «non viene eliminato il rischio di perdite fiscali».

Lo ha stabilito la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 24231 del 18 novembre 2011, ha accolto il ricorso dell'amministrazione finanziaria.

Insomma, secondo la sezione tributaria la regolarizzazione dell'Iva può essere concessa al contribuente solo quando questo riesca a provare la buona fede nell'operazione commerciale. Buona fede che di sicuro manca nel caso in cui l'operazione commerciale sia elusiva.

Per dirla con le parole dei Supremi giudici « in tema di tributi armonizzati, la regolarizzazione deve ritenersi consentita solo ed esclusivamente nel caso in cui il rischio di perdite di entrate fiscali sia stato eliminato in tempo utile, ovvero il contribuente che ha emesso la fattura dimostri la sua buona fede».

D'altronde, la speciale procedura di variazione prevista dall'art. 26 del dpr 26 ottobre 1972, n. 633, presuppone necessariamente, «come si desume univocamente dalla considerazione della funzione perseguita dalla norma, che l'operazione per la quale sia stata emessa fattura, da rettificare perché venuta meno in tutto o in parte in conseguenza di uno degli specifici motivi indicati nel secondo comma della norma stessa, sia una operazione vera e reale e non già del tutto inesistente». Ciò deriva anche dall'art. 21, settimo comma, del dpr n. 633 del 1972, il quale – nel prevedere, allo scopo di ricondurre a coerenza il sistema impositivo dell'Iva, fondato sui principi della rivalsa e della detrazione, che, «se viene emessa fattura per operazioni inesistenti, l'imposta è dovuta per l'intero ammontare indicato o corrispondente alle indicazioni della fattura – «da un lato incide direttamente sul soggetto emittente la fattura, costituendolo debitore d'imposta sulla base dell'applicazione del solo principio di cartolarità, e, dall'altro, incide indirettamente, in combinato disposto con gli artt. 19 e 26, dello stesso dpr, anche sul destinatario della fattura medesima». Questo, infatti, non può esercitare il diritto alla detrazione o alla variazione dell'imposta in totale carenza del suo presupposto, «e cioè dell'acquisto (o dell'importazione) di beni e servizi nell'esercizio dell'impresa, arte o professione».

Il caso esaminato dalla Suprema corte riguarda l'Iva infragruppo. In particolare, nella speciale procedura di liquidazione dell'imposta una società si era sottratta al pagamento, emettendo fatture per operazioni inesistenti nei confronti di un'altra azienda collegata e stornandole poi mediante l'emissione di note di credito per pari importo, nonché contabilizzando fatture passive per operazioni inesistenti che venivano, poi, stornate con le note di credito ricevute. Tutta quest'operazione, dice la Cassazione ribaltando la decisione della Ctr Trento, era elusiva e quindi non poteva essere stata fatta in buona fede.

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