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Liti ultradecennali, ok Ue

del 18/11/2011
di: di Roberto Rosati
Liti ultradecennali, ok Ue
La norma che ha dichiarato estinte le controversie fiscali ultradecennali pendenti davanti alla commissione tributaria centrale non contrasta con l'ordinamento comunitario; la disposizione non è infatti assimilabile a quelle dei condoni del 2002/2003 che la corte di giustizia ha censurato per violazione degli obblighi derivanti dalla disciplina dell'Iva.

Questo il parere espresso dall'avvocato generale della corte di giustizia Ue nelle conclusioni depositate ieri, 17/11/11, nel procedimento pregiudiziale C-500/10, promosso dalla commissione tributaria centrale in relazione all'art. 3, comma 2-bis, del dl. 40/2010, nella parte in cui stabilisce, alla lettera a), che le controversie tributarie pendenti davanti alla Ctc, che originano da ricorsi iscritti a ruolo nel primo grado, alla data del 26/5/10, da oltre dieci anni, per le quali risulti soccombente l'amministrazione finanziaria nei primi due gradi di giudizio, sono definite automaticamente. Al riguardo, il giudice del rinvio ha chiesto alla corte di giustizia, in considerazione di quanto essa ha statuito nella sentenza del 17 luglio 2008 in merito alle sanatorie di cui agli artt. 8 e 9 della l. 289/2002, se le disposizioni del dl. 40/2010, impedendo al giudice di terza istanza adito dall'amministrazione di pronunciarsi sulla pretesa in materia di Iva che sia stata ritenuta insussistente nei primi due gradi di giudizio, senza alcun pagamento, neppure in misura ridotta, da parte del contribuente che beneficia dell'estinzione del processo, contrasti con gli obblighi derivanti dal trattato Ue e dalla direttiva Iva.

Il citato art. 3, comma 2-bis, invero, contiene alla lettera b) un'altra disposizione secondo cui le controversie pendenti davanti alla corte di cassazione, nelle condizioni descritte prima, potevano essere estinte dal contribuente con la presentazione di un'istanza e il pagamento di una somma pari al 5% del valore della controversia. Tuttavia, rileva l'avvocato, la questione sollevata dalla Ctc riguarda solo le disposizioni sull'estinzione automatica della lettera a), mentre quelle della lettera b) formano oggetto di un distinto procedimento davanti alla corte, sollevato con riguardo non all'Iva, ma all'imposizione diretta sui dividendi. Venendo alla questione, l'avvocato, dissentendo dalla tesi sostenuta dalla commissione europea, osserva tra l'altro che mentre le disposizioni della l. 289/2002 «prevedevano, in sostanza, un'ampia immunità dall'accertamento e dall'investigazione da parte delle autorità fiscali con riferimento ad importi di Iva dovuta non dichiarati in tempo utile, a fronte del pagamento di un importo compreso tra metà dell'importo successivamente dichiarato come dovuto e un ammontare di imposta puramente simbolico», la disposizione controversa si applica alla fase giurisdizionale e non alla fase amministrativa, non prevede alcuna immunità dai controlli, dispone la chiusura di controversie nelle quali i contribuenti avevano visto le loro ragioni già accolte da due giudici ed è entrata in vigore a distanza di moltissimo tempo dall'instaurazione delle liti. Sotto il profilo degli obblighi di riscossione dell'Iva incombenti sugli stati membri, osserva poi che tali obblighi non possono arrivare a garantire che, a titolo di regola generale, le autorità tributarie possano continuare a presentare ricorso contro decisioni giudiziarie fino ad ottenere una decisione favorevole, né alcun principio di diritto dell'Ue esige che sia disponibile più di un ricorso. Il parere dell'avvocato, dunque, lascia sperare sulla «promozione» della disposizione da parte della corte. È da rilevare che dalla lettura del documento traspare, incidentalmente, un'ombra sulle disposizioni concernenti la definizione agevolata delle liti pendenti di cui all'art. 16 della l. 289/2002 (e, della riedizione, sia pure per le sole liti «minori», dell'art. 39 del dl. 98/2011). La commissione, infatti, a sostegno della propria tesi sulla incompatibilità della norma del dl. 40/2011, ha fatto valere, in ragione della sostanziale identità delle disposizioni, la giurisprudenza della corte di cassazione secondo cui anche la definizione dell'art. 16 sarebbe affetta dalla stessa incompatibilità degli artt. 8 e 9 della l. 289/2002.

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