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In difesa della difesa

del 16/11/2011
di: Emilia Rossi avvocato penalista emiliarossi.avv@gmail.com
In difesa della difesa
In difesa della difesa: per questa ragione gli avvocati dell'Unione delle Camere Penali sono in sciopero da lunedì 14 novembre e per tutta la settimana non parteciperanno ai processi e alle altre attività giudiziarie, determinandone il rinvio. Si dirà che in questo momento il paese ha altro a cui pensare: la crisi di governo, l'incarico a Monti, la crisi economica che ha toccato inesplorati livelli d'allarme, il rischio di default dello stato, i picchi mozzafiato dello spread, il recupero di credibilità nello scenario finanziario europeo, l'agguato dei mercati. Primum vivere, insomma. Il resto verrà dopo. Giusto. Ma in una civiltà democratica di ambizione liberale il vivere comprende anche il diritto del cittadino ad essere garantito nel confronto con lo stato.

E oggi, nel nostro paese, questo diritto, compreso tra quelli che la Costituzione definisce fondamentali, è in crisi non meno dell'assetto economico, come denunciano i penalisti. Ne sono manifestazione tangibile i pesanti attacchi alla funzione difensiva in atto da tempo negli uffici delle procure e che, non contrastati dalle autorità giudicanti, si stanno consolidando in prassi giudiziarie.

Dalla tendenza, diventata consuetudine, di ritardare l'iscrizione nel registro degli indagati di persone già interessate dalle indagini per poterle ascoltare senza l'assistenza del difensore alla violazione del segreto delle conversazioni tra cliente e avvocato che vengono ascoltate e, peggio, riportate in atti di indagine, la congerie di fatti e di comportamenti che minano l'integrità del diritto di difesa si va moltiplicando in modo inquietante. Processi eccellenti, esposti all'attenzione dell'opinione pubblica, funzionano e hanno funzionato soltanto come cartina di tornasole del fenomeno che, invece, tocca in modo indistinto i processi e i cittadini comuni.

È guardando a questi che l'Unione delle Camere Penali suona l'allarme, perché, per esempio, i casi in cui il pubblico ministero si arroga il compito di valutare le scelte difensive di un avvocato e lo incrimina per patrocinio infedele se non le condivide non si annoverano soltanto nei procedimenti di rilievo pubblico. E così pure, non bisogna attendere un'indagine importante come quella Tarantini per vedere il difensore sollevato dal segreto professionale e costretto a riferire come testimone quello che ha appreso dal suo cliente nell'esercizio del mandato difensivo.

Insomma, non si ha a che fare con una sequenza di casi isolati ma con «il prodotto dell'avversione - anche schiettamente culturale - verso l'attivita difensiva, ritenuta un ostacolo all'azione salvifica dell'apparato giudiziario costituito dagli organi inquirenti e dalle Procure, che si va facendo pericolosamente indistinto, per diventare l'espressione di un volto autoritario della giustizia», come si denuncia nella delibera della Giunta presieduta da Valerio Spigarelli con cui si è indetto lo sciopero.

Naturalmente tutto si tiene: il progressivo indebolimento del ruolo del difensore e dell'esercizio del diritto di difesa è una diretta conseguenza delle mancate riforme necessarie a dare realizzazione compiuta al dettato costituzionale che prescrive il processo accusatorio e la terzietà del giudice, oltre alla sua naturale imparzialità.

In un sistema in cui pm e giudice continuano ad appartenere a un unico corpo che paternalisticamente governa la «giurisdizione», il difensore è ritenuto un elemento estraneo, quando non di disturbo.

Ora, la coincidenza della protesta dei penalisti con i giorni in cui si decidono le sorti dell'assetto politico, istituzionale ed economico del paese è naturalmente del tutto casuale, non foss'altro perché l'iniziativa parte da lontano, da risalenti e ininterrotti atti di denuncia pubblica, fino alle deliberazioni del congresso dell'associazione di ottobre con cui si è deciso di passare alle azioni «forti».

Ma è una coincidenza fortunata: è bene che la politica, in tutte le sue espressioni, tenga subito conto che non c'è emergenza sociale che possa appannare l'urgenza di evitare il default del sistema della giustizia. Sarebbe un bel cambio di passo nello scenario italiano, considerato il sostanziale disinteresse che tutte le forze politiche, fatta eccezione per i radicali di Marco Pannella, hanno sempre dimostrato per lo stato della giustizia e per le prospettive di riforma, salvo usare la materia come arma di contrasto nei confronti dell'avversario.

Altrimenti il rischio serio è che, venuto meno il bersaglio, sui temi della giustizia e sulle riforme in cantiere sia posta una pietra tombale. Magari illuminata dalle fiaccole della crisi economica e del dissesto finanziario.

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