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Gli ordini non temono le riforme

del 15/11/2011
di: di Marina Calderone presidente del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro
Gli ordini non temono le riforme
L'attuale situazione politico-economica spinge ad ovvie riflessioni sul futuro del nostro Paese. Nelle ultime settimane, gli italiani hanno imparato a familiarizzare con una terminologia finanziaria generalmente confinata nel ristretto ambito degli addetti ai lavori. Ecco allora che, in tutti i consessi, nei luoghi di incontro, non si sente altro che parlare di spread, Btp, Bund tedeschi. Si sprecano i commenti sulle richieste che provengono dall'Europa, il soggetto sovranazionale a cui l'Italia ha aderito fin dal trattato di Roma del 1957 ma che a distanza di oltre 50 anni è ancora lontano dall'essere la casa comune dei popoli. Mentre, sempre più spesso, si manifesta con i propri egoismi e le divisioni culturali tipiche di un processo di crescita e di comunione ancora da completarsi. Il popolo italiano, per sua natura generoso e esterofilo, ha dovuto fare i conti con un contesto internazionale di crisi finanziaria che ha avuto riverberazioni drammatiche sul nostro già difficile scenario politico. Oggi ci troviamo a prendere atto che, per l'ennesima volta nella storia repubblicana, la maggioranza eletta dai cittadini non riesce, come forza di governo, a portare a conclusione l'intera legislatura. Oggi, siamo chiamati a confrontarci con un nuovo Governo che qualificato come «tecnico» dovrà dare seguito alla lunga lista di richieste recapitate da Bruxelles dovendo assumere scelte «politiche». Oggi siamo chiamati tutti a confrontarci con la necessità di riforme strutturali, da sempre invocate e mai realizzate. Tra queste, vi è anche la questione delle liberalizzazioni e, come sempre accade quando questo termine viene evocato, esso è associato alle professioni ordinistiche. Non a caso, è ripreso il tam tam mediatico ad esempio sulla necessità di riformare le professioni per consentire ai giovani di potervi accedere e via dicendo. Credo, in tutta franchezza, che ognuno dei 2.100.000 professionisti italiani, possa recitare a memoria un rosario costellato di luoghi comuni e di convinzioni sbagliate che sono facilmente confutabili solo andando ad esaminare i dati reali più volte diffusi dalle singole categorie. Nelle professioni, caso mai, c'è un problema di eccesso e non di accesso. Evidentemente, dobbiamo prendere atto che, per qualcuno, è più comodo banalizzare i concetti per renderli più assimilabili dall'opinione pubblica. Poco importa se ciò che si sostiene è palesemente inesatto o addirittura non corrispondente al vero. E poco importa se le professioni hanno da tempo chiesto di fare la riforma, per dare un concreto aiuto ai giovani e per fornire servizi ancor più qualificati ai cittadini. Niente da fare. Le professioni sono la «casta», i professionisti sono i «privilegiati». Metto i due termini tra virgolette perché non c'è uno solo dei miei colleghi che, anche per un istante, si identifica in questi concetti. Io sono testimone e portavoce di una categoria di lavoratori che, ogni giorno, lavora e studia per dare risposte ai bisogni della gente, spesso sostituendosi e assumendo funzioni che lo Stato non è più in grado di coprire. Da professionista, da tecnico vero, ho la speranza che il nuovo Governo affronti il tema delle liberalizzazioni senza preconcetti ideologici ma ascoltando le categorie e leggendo i dati che siamo pronti a fornire. Davanti a noi si prospetta, ancora una volta, una stagione di difficoltà e incertezze. Noi siamo pronti a fare la nostra parte di sacrifici, con dignità e amore per il nostro Paese. Certo, siamo consapevoli di quanto sia più facile incidere su chi non ha alcun peso sulla bilancia dei pagamenti, su chi non grava neanche per un euro sul bilancio dello Stato che invece intervenire sui veri privilegi, sulle vere caste, su tutti i mille rivoli in cui si disperdono le magre finanze dello stato italiano. Ad un Governo tecnico chiediamo che metta a nudo tutte le contraddizioni in cui ci dibattiamo da molto tempo. Chiediamo che intervenga sui veri privilegi di rendita presenti in modo cospicuo nella nostra economia. Sulle vere riforme, sulle azioni necessarie per dare nuovo impulso all'economia, sulle nuove politiche per lo sviluppo i professionisti italiani saranno sempre disponibili a dare il qualificato apporto di tecnici e specialisti delle varie materie. Apporto disinteressato che possiamo permetterci perchè abbiamo la peculiarità di guardare alle persone e alle loro necessità, ai valori costituzionali che difendiamo e rappresentiamo e non al mero bacino elettorale. Nel mese di agosto, nel dl 138/2011, sono stati individuati alcuni principi per la riforma degli ordinamenti professionali. Sin da subito le professioni si sono dichiarate disponibili a lavorare per apportare in tempi brevissimi tutte le modifiche necessarie, al fine di rendere immediata la riforma. Qualche giorno fa, il Parlamento ha approvato il maxiemendamento alla legge di stabilità, intervenendo nuovamente sul tema e regolamentando, in aggiunta, le società professionali. Il testo, così come è formulato, rischia di creare non pochi problemi a causa dell'imprecisione di alcuni passaggi che potrebbero vanificare gli scopi che si prefiggeva la legge di agosto. Anche sulle società professionali, non si può non definire come decisamente discutibile la scelta fatta dal legislatore di consentire che i soci di capitale possano detenere anche la quota di maggioranza del capitale e amministrare la società. Se la scelta era quella di consentire l'ingresso in massa dei capitali nel circuito professionale, allora perché prevedere una nuova «società tra professionisti» che poi altro non è che una comunissima società di capitali? Voglio credere che i tempi ristretti che hanno portato alla scrittura della norma non abbiano consentito un approfondimento specifico di tutti gli aspetti correlati. Non sarebbe la prima volta che una norma nasce male o è imprecisa. Ma c'è sempre tempo per rimediare e correggerla . E ciò potrà avvenire tramite l'indispensabile dialogo e confronto che il nuovo Governo dovrà aprire tra i vari attori sociali e istituzionali, professionisti compresi. Solo così potranno essere individuate strategie e interventi per risolvere la crisi che trovino la più ampia condivisione e che siano accettate - e non solo subite - dai cittadini.
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