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Generazione elettrica italiana sotto controllo estero

del 10/11/2011
di: Mario Arca
Generazione elettrica italiana sotto controllo estero
Una battaglia significativa per la tenuta del nostro sistema paese si sta giocando in questi giorni sul futuro di Edison, il secondo gruppo elettrico italiano con 12.500 MW di potenza installata che, insieme alla ex Genco Edipower, dovrebbe finire sotto il controllo del colosso energetico francese Edf. Sarebbe l'ulteriore riprova di una liberalizzazione, quella del settore elettrico italiano, concepita male e finita peggio.

Le tre Gencos erano le società create a seguito della dismissione della capacità produttiva imposta all'Enel dal decreto Bersani del '99.

La prima Genco, ora Edipower (che, come detto, finirà in mano a Edf) rischia la dissoluzione; la seconda, transitata da Endesa ai tedeschi di Eon, è in una condizione di estrema precarietà per l'assenza di un piano industriale; la terza, Tirreno Power, controllata da Gaz de France-Suez, è in di difficoltà per i ritardi nel potenziamento della Centrale di Vado Ligure e per l'incertezza dell'impianto di Torrevaldaliga sud.

Assistiamo, quindi, alla probabile disgregazione di tre grandi imprese elettriche nel silenzio della politica: del governo ma anche dell'opposizione, il cui principale leader, Pierluigi Bersani, fu artefice della liberalizzazione del settore.

Gli scenari politici e di mercato nei quali l'operazione Edison sta maturando, sollevano forti preoccupazioni sulla stabilità dell'assetto proprietario e sullo sviluppo dell'impresa: sul fronte della tutela occupazionale l'azienda ha finora dimostrato sensibilità e concretezza, ma su quello degli investimenti già si deve registrare che il futuro non sarà in Italia ma all'estero (in Turchia e in Egitto). Rimane da capire se questo riassetto societario sarà un'opportunità o meno per gli impianti produttivi oggi in capo alla Edison: Brindisi, San Filippo del Mela (entrambi Edipower e che necessitano di ingenti investimenti), ma anche tutti quelli oggi direttamente gestiti da Edison.

Il problema non è la difesa dell'italianità di un'azienda, quanto se sia accettabile che la programmazione dello sviluppo del sistema Italia sia esclusivamente nelle mani di Cda esteri, come dimostra anche il caso Eon, il colosso tedesco che ha acquisito le centrali ex Endesa per una capacità di circa 7.000 MW.

Per anni Eon è stata una delle aziende energetiche più efficienti e con l'investimento più remunerativo al mondo. La crisi, però, l'ha colpita pesantemente: bloccati gli investimenti italiani, Eon oggi sta scontando la decisione del governo tedesco (seguita all'incidente di Fukushima) di chiudere le centrali nucleari più vecchie, oltre che accordi molto onerosi con Gazprom per le forniture di gas.

L'azienda ha, quindi, annunciato tra i 9 mila e gli 11 mila esuberi, una parte dei quali anche in Italia.

Il tutto accade in un sistema della generazione elettrica nazionale gravato da costi elevati perché dipendente dagli idrocarburi e che richiederebbe investimenti rilevanti per un riequilibrio del mix energetico verso il carbone: unica soluzione ponte per traguardare un futuro energetico pulito e rinnovabile. La morale di questa storia è che non basta migliorare la capacità di attrarre capitali esteri in Italia, ma occorre vincolarli a investimenti produttivi, come sono state costrette a fare Eon ed Enel nel loro shopping di centrali in Russia.

In sintesi, il cuore della questione è che l'Italia non ha capacità di controllare un asset strategico quale è quello della generazione elettrica.

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