Consulenza o Preventivo Gratuito

I commercialisti bocciano le proposte del governo

del 05/11/2011
di: Francesco Cerisano
I commercialisti bocciano le proposte del governo
I commercialisti bocciano su tutta la linea il maxiemendamento del governo alla legge di stabilità. Dall'eliminazione dell'indicatività delle tariffe, alla disciplina delle nuove società tra professionisti, plasmata sulle società commerciali e non su un nuovo modello ad hoc che possa valorizzare la presenza dei giovani, passando per la riduzione dei componenti del collegio sindacale nelle società con capitale inferiore ai 10 milioni di euro, sono numerosi i punti deboli contenuti nell'ultimo intervento normativo varato dal governo per arginare la crisi finanziaria. Novità tutte accomunate, secondo il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, da un unico filo conduttore: l'assenza di coordinamento, tipica di una «situazione emergenziale, quale quella che stiamo vivendo, di manovra in manovra, ormai da sei mesi», come ha osservato il presidente del Cndcec Claudio Siciliotti.

Riuniti a Firenze per discutere di federalismo fiscale e del ruolo dei commercialisti nella pubblica amministrazione (una galassia composita che tra comuni, province, consorzi e società partecipate impegna, solo nella funzione di controllo, circa 30 mila professionisti) il maxiemendamento del governo è stato al centro della relazione introduttiva di Siciliotti. Tre in particolare i punti critici su cui i commercialisti hanno espresso contrarietà. A cominciare dall'eliminazione di qualunque riferimento alle tariffe professionali che non potranno essere prese nemmeno come parametro indicativo nella pattuizione dei compensi. «È un inutile atto di giustizialismo giuridico», ha osservato Siciliotti che non è stato tenero anche sulle nuove norme in materia di società professionali. Il maxiemendamento, riconoscendo la possibilità di costituire società «per l'esercizio di attività professionali regolamentate nel sistema ordinistico», fa riferimento alle società commerciali, spa comprese. Ma secondo i commercialisti questa disciplina risulterebbe troppo penalizzante in particolar modo per i giovani che spesso, come ha ricordato Andrea Bonechi, consigliere nazionale delegato alla riforma delle professioni, «hanno più testa che tasca». Ecco allora che il Cndcec ha rilanciato la proposta, messa a punto nel luglio del 2010 e condivisa anche dalle altre categorie, di dar vita a un modello ad hoc, la «società di lavoro professionale» che avrebbe il pregio di consentire l'esercizio dell'attività professionale salvaguardando la personalità della prestazione e gli obblighi di vigilanza degli ordini. E che avrebbe come cardine l'apporto intellettuale dei soci. Per questo il Cndcec ha chiesto ufficialmente al governo di accantonare il modello della società di capitali. E la stessa cosa ha fatto il Cup che in un comunicato ha espresso perplessità sulle ragioni che abbiano portato l'esecutivo a scegliere un modello «da più parti e più volte ritenuto lesivo delle caratteristiche dei professionisti».

Ultima nota dolente la riduzione del collegio sindacale che da 3 o 5 componenti scenderà a uno nelle società con capitale sociale inferiore a 10 milioni di euro (la stragrande maggioranza). Siciliotti non ci sta. «Se queste norme venissero confermate nel testo definitivo di legge», dice, «sarebbe un fatto gravissimo perché si porterebbe un attacco al cuore del sistema dei controlli che in questi anni di crisi mondiale ha reso possibile evitare al tessuto imprenditoriale del nostro paese gli effetti distorsivi verificatisi altrove». Oltre che dannosa la riduzione del collegio sindacale sarebbe anche inutile perché, prosegue il numero uno dei commercialisti, «sull'ipotetico sindaco unico ricadrebbero tali e tanti nuovi oneri che è facile prevedere che il suo compenso non possa ridursi e quindi i risparmi per le imprese sarebbero nulli». Per non parlare poi della lesione del principio di tutela delle minoranze che scaturirebbe dall'introduzione del sindaco unico. Su cui si registra una pioggia di critiche da parte di tutte le rappresentanze professionali. Per Raffaele Marcello, presidente di Unagraco, si tratta di una norma che «penalizza le professioni». Mentre Marco Rigamonti, presidente Aidc, rilancia gli stessi dubbi di Siciliotti: «Cosa faremo? Divideremo per tre le responsabilità? Triplicheremo i compensi? Temo nessuna delle ipotesi riducendo e svilendo uno dei pochi istituti che potevamo virtuosamente esportare».

vota