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Fuori dal registro imprese, il fisco resta a bocca asciutta

Debora Alberici del 04/11/2011

La riforma del diritto societario mette ko il fisco sui crediti vantati nei confronti delle aziende. Infatti, la cancellazione dal registro delle imprese equivale all'«estinzione irreversibile della società» anche in relazione ai debiti che l'amministrazione finanziaria non potrà più richiedere neppure al liquidatore a meno che non riesca a provare che questo ha agito con dolo o colpa. È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 22863 del 3 novembre 2011, ha dichiarato improcedibile un ricorso in Cassazione presentato dall'Agenzia delle entrate che aveva notificato al liquidatore di un'azienda cancellata dal registro delle imprese un accertamento per la maggior Irpeg. La vicenda riguarda un'azienda romana che aveva debiti con il fisco. Dopo lo stato di crisi era stata messa in liquidazione ma il patrimonio era risultato insufficiente a soddisfare l'amministrazione finanziaria. Quindi l'azienda era stata cancellata definitivamente dal registro delle imprese nel 2004 (dopo l'entrata in vigore della riforma). A questo punto l'Agenzia delle entrate ha notificato un accertamento al liquidatore. La professionista lo ha impugnato. La ctp e la ctr si sono espresse in senso favorevole alla contribuente. Così l'amministrazione ha presentato ricorso in Cassazione ma la sezione tributaria lo ha dichiarato inammissibile, sollevando, d'ufficio, l'importante questione. Insomma ad avviso della sezione tributaria «la pretesa creditoria di cui alla cartella del fisco non poteva essere fatta valere contro il soggetto passivo (la società) comunque al momento già estinto ai sensi del nuovo articolo 2495 del codice civile». Di più. Secondo la Cassazione «in esito alla riforma del diritto delle società, non è più dubitabile che la cancellazione dal registro delle imprese produca l'effetto (costitutivo) della estinzione irreversibile della società anche in presenza di debiti insoddisfatti o di rapporti non definiti, da ciò istituendosi una comunione fra i soci in ordine ai beni residuati dalla liquidazione ovvero sopravvenuti alla cancellazione».

Il principio affermato si allinea con la pronuncia delle Sezioni unite, la numero 4060 del 2010, secondo cui «in tema di società di capitali, la cancellazione dal registro delle imprese determina l'immediata estinzione della società, indipendentemente dall'esaurimento dei rapporti giuridici ad essa facenti capo», solo nel caso in cui tale adempimento abbia avuto luogo in data successiva all'entrata in vigore dell'art. 4 dlgs 17 gennaio 2003 n. 6, che, modificando l'art. 2495 (cosiddetta riforma del diritto societario) ha attribuito efficacia costitutiva alla cancellazione. Infatti, a questa disposizione non può attribuirsi natura interpretativa della disciplina previgente, in mancanza di un'espressa previsione di legge, con la conseguenza che, non avendo essa efficacia retroattiva e dovendo tutelarsi l'affidamento dei cittadini in ordine agli effetti della cancellazione in rapporto all'epoca in cui essa ha avuto luogo, per le società cancellate in epoca anteriore al 1° gennaio 2004 l'estinzione opera solo a partire dalla predetta data.


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