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Evasione? Paga il commercialista

del 29/10/2011
di: di Debora Alberici
Evasione? Paga il commercialista
Può essere confiscato il denaro del commercialista per l'evasione fiscale ottenuta dal cliente, con la sua partecipazione all'attività criminale dalla quale si presume che il professionista abbia ottenuto un vantaggio economico.

È quanto stabilito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza numero 39239 del 28 ottobre 2011, ha confermato il sequestro preventivo finalizzato alla confisca nei confronti di un commercialista accusato di concorso in corruzione in atti giudiziari in relazione a una causa davanti alla Ctp di Pesaro, che aveva fatto risparmiare all'azienda, sua cliente, le imposte.

Per questo era scattata la misura, 20 mila euro dal suo conto bancario.

Contro il provvedimento lui ha presentato ricorso al Tribunale delle libertà ma senza successo. In particolare secondo i giudici di merito hanno motivato la conferma della misura cautelare reale spiegando che il profitto per sua natura non poteva essere aggredito, consistendo in un risparmio di spesa insuscettibile di diretta e materiale apprensione. Tuttavia in questo caso era configurabile il reato di «corruzione attiva», mancando elementi fattuali idonei a configurare la concussione ad opera dei pubblici ufficiali. Non solo. «la confisca ex art. 322 ter c.p. – si legge nell'ultimo punto di quelle motivazioni – aveva natura sanzionatoria sicché tutti i concorrenti nel reato, come il commercialista, erano corresponsabili della realizzazione del profitto, indipendentemente dalle quote di sua eventuale ripartizione: il profitto dal reato risultava configurabile prescindendo dal contenuto giuridico delle sentenze, una volta accertata la partecipazione di giudice corrotto alla sua deliberazione».

A questo punto il professionista ha depositato gli atti al Palazzaccio.

La sesta sezione penale ha respinto i tre motivi di ricorso presentati. Sul fronte del concorso nel reato di corruzione la Suprema corte ha sottolineato un principio che ormai sottolineando che «nella fase cautelare, nel caso di illecito plurisoggettivo, deve applicarsi il principio solidaristico che implica l'imputazione dell'intera azione e dell'effetto conseguente in capo a ciascun concorrente e pertanto, una volta perduta l'individualità storica del profitto illecito, la sua confisca e il sequestro preventivo ad essa finalizzato possono interessare indifferentemente ciascuno dei concorrenti anche per l'intera entità del profitto accertato, ma l'espropriazione non può essere duplicata o comunque eccedere nel «quantum» l'ammontare complessivo dello stesso». In particolare ogni qualvolta non sia possibile individuare già specificamente la quota del singolo apporto rispetto al profitto.

Non solo. Ad avviso del Collegio, «quando il profitto è dato da un risparmio per definizione non sussiste un collegamento immediato profitto/bene-valore patrimoniale immediatamente individuabile».

Una decisione quella presa dalla sesta sezione penale di Piazza Cavour che ha messo d'accorso Procura e Collegio. Infatti, nella requisitoria del 23 settembre scorso anche la pubblica accusa ha sollecitato la conferma del sequestro.

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