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Il Paese investa sulle professioni

del 28/10/2011
di: La Redazione
Il Paese investa sulle professioni
C'è una nuova opportunità, anzi una grande occasione per il mondo delle professioni intellettuali, che, questa volta, non può essere assolutamente persa. È quella offerta dalla decreto sviluppo, un provvedimento per rilanciare la crescita e lo sviluppo del paese, in questi giorni all'analisi del governo. Finalmente si è capito che per rilanciare davvero il paese è necessario investire su una delle sue componenti principali, il mondo delle professioni intellettuali che ha bisogno di essere riformato ma non certo raso al suolo come qualcuno vorrebbe. Finalmente, dunque, nelle diverse bozze di provvedimento circolate negli ultimi giorni, nel capitolo dedicato alla riforma delle professioni, compare una responsabilità precisa al governo per riformare il sistema: il testo, infatti, affida al governo la delega per un riordino del sistema che inoltre potrà avvenire in un periodo di tempo più lungo. Correggendo la legge 148/2011, la bozza di decreto sviluppo, infatti, prevede che «gli ordinamenti professionali dovranno essere riformati entro 18 mesi (e quindi non più entro 12 mesi) dalla data di entrata in vigore del presente decreto». Restano invariati i principi da seguire e già indicati nella manovra di fine agosto: difesa dell'esame di stato, libertà di accesso agli ordini, istituzione di un equo compenso per i tirocinanti, assicurazione obbligatoria per il professionista. Ma il rilancio della competitività del Paese passa anche attraverso un nuovo modo di esercitare le professioni. L' ultima bozza del provvedimento infatti, salvo modifiche d'ultim'ora, introduce nella normativa nazionale la possibilità di costituire società tra professionisti, giacché, si legge nella relazione illustrativa del provvedimento «il nostro paese è ancora uno dei pochi stati membri che vieta ai professionisti iscritti ad ordini o albi, salve rare eccezioni, di esercitare la loro attività in forma societaria. Dunque l'esercizio delle attività intellettuali potrà avvenire tramite società partecipate non solo da professionisti iscritti ad ordini, albi e collegi (purché in possesso del titolo di studio abilitante) ma anche “da soggetti non professionisti soltanto per prestazioni tecniche o con una partecipazione minoritaria, o per finalità di investimento, fermo restando il divieto per tali soci di partecipare alle attività riservate e agli organi di amministrazione della società”». Insomma ormai i principi da cui partire sono chiari e definiti e la politica ora ha una responsabilità precisa non solo a tradurli concretamente ma a lavorare ad un vero ammodernamento del sistema delle professioni nel suo complesso, se davvero vuole rilanciare l'economia del paese. Le professioni dal canto loro lavoreranno per sostenere l'azione della politica. Trovando una quadratura del cerchio insieme al mondo dell'imprenditoria, cosa che i periti industriali hanno già fatto, sostenendo l'accordo al loro manifesto dello scorso settembre, con Confindustria e pensano a un possibile accordo anche con l'Antitrust. Ma una riforma che si chiami tale non potrà che andare nella logica dell'indispensabile semplificazione, cercando possibili raggruppamenti tra professioni di area simile con l'obiettivo di andare nella direzione dell'ammodernamento del sistema. In questo senso condividendo i principi generali si potrà creare una sorta di ombrello sotto il quale far convivere tutte le professioni tecniche. Va da sé che tutto questo non potrà prescindere da principi generali e comunitari secondo i quali la formazione per accedere agli albi può essere solo «a livello di insegnamento post secondario di una durata minima di tre» universitaria o equivalente così come stabiliscono i principi stabili dal livello «D» della direttiva qualifiche 36/05. I professionisti hanno bisogno di riforme strutturali ma, ancora di più, è il paese a chiedere cambiamenti che interessino i reali bisogni dei cittadini.

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