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Licenziamenti facili per il futuro

del 28/10/2011
di: Daniele Cirioli
Licenziamenti facili per il futuro
Licenziamenti più facili? Sì, ma solo per i nuovi assunti relativi a nuove iniziative imprenditoriali. La riforma annunciata nella lettera inviata alla Commissione europea non toccherà i lavoratori già in forza che conserveranno appieno il loro diritto alla «stabilità» del posto di lavoro. Interesserà invece soltanto quelli coinvolti in eventuali nuove iniziative produttive, per le quali la disapplicazione della «stabilità» (l'articolo 18, rendendo il licenziamento più facile) servirà da stimolo e da incentivo.

La novità si legge al punto b della lunga missiva presentata dal presidente del consiglio dei ministri all'Ue, con il piano di riforme per i prossimi anni. Parla di «efficientamento del mercato del lavoro» e prevede due misure: la prima, che sarà approvata entro quest'anno, concerne gli incentivi a favore dell'occupazione giovanile e femminile (si veda ItaliaOggi del 25 ottobre); la seconda, che sarà attuata entro il mese di maggio del 2012, prevede una stretta ai contratti parasubordinati e poi la «riforma» dei licenziamenti.

In merito a quest'ultimo aspetto, è testualmente previsto che la riforma dovrà essere «funzionale alla maggiore propensione ad assumere e alle esigenze di efficienza dell'impresa, anche attraverso una nuova regolazione dei licenziamenti per motivi economici nei contratti di lavoro a tempo indeterminato». La cosa che appare certa dunque è che la riforma introdurrà un allentamento della disciplina del famoso articolo 18, l'articolo che oggi garantisce quella «stabilità» del posto di lavoro, obbligando l'impresa a reintegrare il lavoratore che sia stato illegittimamente licenziato. E oggi è illegittimo (per effetto della legge n. 604/1966) ogni licenziamento che sia stato intimato per motivi diversi dalla giusta causa o giustificato motivo.

Altrettanto chiara, inoltre, appare la finalità dell'allentamento dell'articolo 18. Rientra, infatti, in un piano di riforma che sarà «funzionale»: 1) alla maggior propensione ad assumere e 2) alle esigenze di efficienza dell'impresa. Ma se è funzionale «alla maggiore propensione ad assumere» ne deriva che guarderà al futuro e non al passato; che interesserà, in altre parole, esclusivamente le nuove assunzioni e non i lavoratori già in forza. Insomma, la riforma non sarà un intervento generalizzato sull'articolo 18, cioè valido per ogni situazione; ma selettivo e finalizzato. La tesi più accreditata è quella che prevede la disapplicazione dell'articolo 18 alle assunzioni effettuate in vista di uno specifico e nuovo piano industriale. Mettiamo, per esempio, che un'impresa voglia decidere di aprirsi a nuovi mercati, di provare la produzione di nuove tecnologie e via dicendo. In questi casi, la riforma incentiverà l'impresa consentendo, sulle relative nuove assunzioni di lavoratori, di disapplicare l'articolo 18. Cosicché, laddove la nuova iniziative dovesse risultare fallimentare (cioè non sostenibile), l'azienda potrebbe far marcia indietro, dismettere i nuovi impianti e i nuovi reparti e, con essi, evidentemente, anche il personale nel frattempo impiegato. In conclusione, l'incentivo consisterebbe nello spronare le piccole imprese a «provare» a crescere, a superare il complesso del «nanismo» imprenditoriale che caratterizza l'economia italiana, riducendo loro il rischio legato alla variabile personale dalla famosa «stabilità»: non dovendo necessariamente ingabbiarsi in assunzioni definitive (vada come vada la nuova iniziativa produttiva), è più probabile che l'impresa si convinca a rischiare in nuove iniziative.

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