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I contributi restano fuori dalla chiusura

del 26/10/2011
di: Maurizio Tozzi
I contributi restano fuori dalla chiusura
Contributi fuori dalla definizione. La controversia continua innanzi al giudice ordinario e il valore della lite prescinde dall'importo degli stessi. L'avvenuta definizione non equivale ad ammissione di evasione, ma è evidente il problema di dover attribuire ad un giudice non competente la valutazione dei rilievi fiscali. Non definibili le liti passate in giudicato tra il 2 maggio e il 5 luglio, anche se pendenti alla data del 1° maggio 2011: dunque fuori dalla definizione quelle liti non impugnate in assenza della previsione normativa.

Queste due importanti conclusioni dell'amministrazione finanziaria nella circolare n. 48 del 2011 in riferimento alle liti pendenti. Un chiarimento che tutti attendevano e che ha riguardato i contributi previdenziali. L'Agenzia delle entrate si limita a constatare che i contributi non sono definibili e che se anche contenuti nell'avviso di accertamento non formano oggetto di una pretesa tributaria. Pertanto, ai fini della definizione della lite gli stessi non devono essere conteggiati nel relativo valore: vale a dire che se l'accertamento effettua recuperi ai fini Irpef, addizionali, Iva e Irap per complessivi 18 mila euro e poi vi sono anche i contributi per 3 mila euro, la lite resta definibile in quanto di valore inferiore a 20 mila euro. Il problema evidente è capire che fine fanno i contributi e sarebbe stata opportuna una circolare concordata con l'Inps. La questione verte sulla debenza dei contributi stessi e sulla situazione paradossale che viene a crearsi: i contributi sono originati da rilievi di carattere fiscale e dunque è la decisione di tale controversia a incidere anche sulla relativa determinazione. Se il giudice tributario annulla i rilievi imponibili, giocoforza viene meno anche il presupposto per la richiesta dei maggiori contributi. Orbene, posto che la lite fiscale ha termine, è da chiedersi come possa il giudice ordinario decidere in merito a rilievi non rientranti nelle sue conoscenze giuridiche. L'avvalersi della sanatoria, infatti, non equivale ad una ammissione di colpevolezza e di attendibilità dell'accertamento del fisco. È solo un'opportunità economica che viene utilizzata per evitare le incertezze del contenzioso ed il prosieguo delle spese. Al dunque, la chiusura delle liti non è dirimente nella controversia nata e non può essere presa a riferimento per la decisione del giudice ordinario. Come si possa superare questa impasse non è dato sapere: forse la soluzione ottimale sarebbe stata estendere anche ai contributi la medesima definizione, prevedendo il pagamento con le stesse percentuali utilizzate per la chiusura delle liti. Peraltro, il problema risulta ancora maggiore nel caso in cui sul fronte fiscale sia intervenuto un giudicato: se è favorevole al contribuente, allora la chiusura delle liti può essere davvero ottimale, in quanto innanzi al giudice ordinario che dovrà decidere in ordine ai contributi sarà spendibile il solo precedente giurisprudenziale favorevole. La situazione però cambia notevolmente in caso di soccombenza: è evidente che il giudice ordinario avrà come solo riferimento la decisione negativa del giudice tributario e potrebbe essere indotto a confermare tale posizione. Per tacere dei giudicati parziali, nel qual caso è ancora più difficile per il giudice ordinario intervenire nella controversia fiscale.

Chiarezza non manca invece in ordine ad un problema di coordinamento della nuova possibilità di sanatoria. Il legislatore del dl 98 del 2011, infatti, nel riaprire la possibilità di chiusura delle liti pendenti ha richiamato la disposizione di cui all'articolo 16 della legge n. 289 del 2002, preoccupandosi di modificare alcuni riferimenti temporali. Nel fare ciò, non si è espresso su una casistica particolare che invece l'articolo 16 gestiva, ossia la conferma (o meno), che si potessero considerare pendenti le liti che erano tali al 1° maggio 2011 ma che nel frattempo sono passate in giudicato prima dell'entrata in vigore del dl 98 (ossia 6 luglio 2011). Ad esempio, si pensi a una sentenza della Ctp che era ancora impugnabile alla data del 1° maggio e i cui termini di impugnazione sono scaduti nel mese di giugno. Nel passato, il legislatore aveva espressamente previsto che in tali casistiche la lite si considerava comunque pendente, dovendo avere riguardo alla situazione della stessa al riferimento temporale principale (nella nuova versione, il 1° maggio 2011). Secondo la vecchia disposizione, dunque, una lite pendente a tale data era comunque sanabile, a prescindere dal successivo passaggio in giudicato. Il vuoto normativo della nuova versione del condono però non ha avuto deroghe interpretative: secondo l'amministrazione finanziaria, sulla base di una rigida interpretazione letterale, solo le liti con termini processuali ancora «aperti» alla data del 6 luglio 2011 sono definibili: infatti, per tali liti è intervenuta la sospensione dei termini e dunque non si può più essere verificato un passaggio in giudicato, atteso che la decorrenza riprenderà dal prossimo 1° luglio 2012. Ma per le liti divenute definitive nel lasso temporale 2 maggio/5 luglio non c'è niente da fare: la circostanza che fossero pendenti al 1° maggio non ne consente la definizione. Atteso il ritardo del chiarimento, coloro che nel frattempo hanno fatto ricorso alla definizione pagando il dovuto possono seguire due strade: richiedere il rimborso del versamento oppure decidere di sostenere la propria tesi in contenzioso tributario e rimarcare, invece, la circostanza che la lite era comunque pendente alla data del 1° maggio 2011

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