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Aziende sequestrate da rilanciare

del 20/10/2011
di: di Vittorio Marotta
Aziende sequestrate da rilanciare
«Un regime fiscale e previdenziale agevolato unito al mantenimento delle linee di credito per le aziende sequestrate. Solo in questo modo sarà possibile permettere a queste imprese di poter rimanere sul mercato, scongiurando la perdita del posto di lavoro per centinaia di unità lavorative. Le conseguenze sarebbero drammatiche, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale e in territori già pesantemente in difficoltà come quelli meridionali, nei quali opera la maggior parte di queste aziende». È la proposta che Domenico Posca, presidente dell'Istituto nazionale degli amministratori giudiziari, lancerà oggi a Roma in occasione del primo Congresso di categoria.

Domanda. Presidente Posca, nove aziende sequestrate su dieci finiscono in fallimento o in liquidazione. Come spiega questo fenomeno?

Risposta. Si tratta di imprese che normalmente trovano un equilibrio economico muovendosi borderline rispetto agli adempimenti. La stessa appartenenza a organizzazioni criminali consente loro di restare sul mercato in quanto godono di una serie di protezioni, riuscendo a operare in un ambiente irto di barriere all'ingresso. Quando però interviene l'amministratore giudiziario che fa emergere ogni forma di irregolarità, magari denunciando l'azienda agli organi di controllo degli istituti di previdenza e del fisco, aumentano i costi che vengono scaricati sul conto economico. Si verifica, inoltre, un irrigidimento del rapporto con i fornitori e con il sistema bancario, quando occorre confermare le linee di credito. Questi fattori, insieme al rialzo dei costi, conduce alla «morte» delle aziende. L'obiettivo dell'Istituto nazionale degli amministratori giudiziari è provare a invertire la tendenza e salvare le aziende sequestrate, perché una volta sottratte all'appartenenza criminale occorre mantenerle sul mercato. Un conto è punire il mafioso che ha fatto nascere un'azienda tramite proventi illeciti, ma l'azienda in quanto tale ha diritto di andare avanti, se ha la forza di farlo.

D. Come si può intervenire?

R. Il presupposto è che posti di lavoro, know-how, impianti produttivi non possono andare dispersi. In questo senso l'Istituto sta lavorando per raggiungere specifici obiettivi in questa direzione. Un regime agevolativo fiscale e previdenziale modellato su quelli già proposti per l'emersione negli anni precedenti sarebbe immediatamente applicabile. Tanto più se si pensa che al termine del procedimento dovrebbe intervenire la confisca, quindi per lo Stato nessuna perdita, anzi un saldo attivo se l'azienda sopravvive. Con il necessario un impegno del sistema bancario a mantenere inalterate le linee di credito, e in questo senso stiamo lavorando per arrivare alla firma di un protocollo di intesa.

D. Esistono anche altre modalità di intervento da effettuare?

R. L'Inag è al lavoro per integrare le specifiche competenze per una gestione efficiente dei beni e delle aziende; elaborare procedure operative standard da applicare su tutto il territorio nazionale; diffondere le best practices per ogni singola tipologia di bene; realizzare un aggiornamento professionale e metodologico che coinvolga ministeri, università, associazioni imprenditoriali.

D. Si parla spesso di «Mafia S.p.A.», per indicare gli enormi profitti della criminalità organizzata…

R. È un'espressione indovinata. Il fatturato annuo delle mafie italiane è stimato in 170-180 miliardi di euro ed è uguale al pil di Estonia, Romania, Slovenia e Croazia messo insieme. Il Fondo monetario internazionale stima che l'attività di riciclaggio del denaro mafioso sia in Italia di 118 miliardi di euro. Il denaro pulito, al netto della spesa di riciclaggio, è di circa 90 miliardi di euro. Ogni giorno una massa enorme di denaro passa dalle mani dei commercianti e degli imprenditori italiani a quelle dei mafiosi: qualcosa come 250 milioni di euro al giorno, 10 milioni l'ora, 160 mila euro al minuto.

D. Si tratta di un problema nazionale, non solo legato alle regioni del Sud.

R. Un rapporto del Censis rileva in quattro regioni meridionali (Sicilia, Calabria, Campania e Puglia) presenza mafiosa in 610 comuni con una popolazione di 13 milioni di abitanti, pari al 22% della popolazione italiana e al 77% della popolazione delle 4 regioni. Ma ovviamente le organizzazioni criminali investono in zone come la Lombardia, una delle regioni più ricche d'Europa, che per questo motivo attira capitali illeciti che vengono poi reinvestiti sul territorio.

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