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Va ripensata la rappresentanza

del 13/10/2011
di: di Gaetano Stella presidente di Confprofessioni
Va ripensata la rappresentanza
Lo strappo di Fiat, uscita rumorosamente dalla Confindustria, apre una nuova, delicatissima fase nel fragile sistema delle relazioni industriali e della rappresentanza e getta una pesante ipoteca sul futuro assetto dei rapporti tra governo e parti sociali e, quindi, sul tavolo della concertazione. Senza entrare nel merito, la decisione del numero uno di Fiat, Sergio Marchionne, ha messo in evidenza il profondo stato di crisi dei modelli associativi, già provati da una lunga stagione di conflittualità che rispecchia la debolezza economica e politica del Paese.

Quali possono essere le conseguenze per il settore delle libere professioni? Le libere professioni, nonostante la loro secolare tradizione nel diritto come nella medicina, non possono vantare un background politico-istituzionale che risulta invece immediato per le organizzazioni sindacali, per l'industria e, più in generale, per il comparto produttivo. Da questo punto di vista, le attività intellettuali scontano un ritardo storico e culturale che solo recentemente è stato colmato grazie agli sforzi e alle iniziative messe in campo da Confprofessioni sul fronte della rappresentanza di un settore altamente polverizzato e tradizionalmente poco incline a ragionare in una visione corale sulle problematiche e sulle opportunità comuni, che oggi tengono insieme oltre due milioni di liberi professionisti e che danno lavoro a circa 1,5 milioni di lavoratori dipendenti in Italia.

Tuttavia, il sistema professionale italiano corre sul filo di un paradosso, che rischia di compromettere la corretta gestione dei rapporti con le istituzioni politiche centrali e territoriali. E, ancora peggio, depotenziare gli strumenti e le tutele degli iscritti agli albi professionali. Da una parte, infatti, si assiste a un eccesso di rappresentanza da parte degli ordini e, dall'altro, si registra una crisi di vocazione agli organismi associativi delle categorie professionali. In mezzo, s'allignano interessi personalistici e tentativi estemporanei di un accreditamento politico per nome e per conto di un intero settore economico e sociale che, a questo punto, non riesce più a distinguere ruoli e funzioni tra ordini e associazioni di natura sindacale.

La contraddizione è esplosa con tutta la sua veemenza la scorsa estate, quando il governo ha presentato la celebre bozza che azzerava gli ordini professionali. Lo scorso 13 agosto, mentre i delegati di Confprofessioni erano al tavolo del governo per presentare una serie articolata di proposte per arginare la crisi economica del Paese, nella Sala verde di Palazzo Chigi rimbombava l'eco della commistione tra tutela della fede pubblica e salvaguardia degli interessi (economici) degli iscritti agli albi. Il disorientamento di alcuni esponenti del governo e delle stesse parti sociali di fronte alle ambiguità di una certa parte del mondo professionale è una delle questioni che più è rimasta sottotraccia nelle feroci polemiche che hanno accompagnato l'iter di approvazione della manovra bis. Il teorema in base al quale un ordine professionale, o i loro organismi di coordinamento, rappresenta gli interessi degli iscritti (il professionista è obbligato a iscriversi a un albo per esercitare la propria professione) è risultato privo di qualsiasi fondamento giuridico.

Che cosa resta, dunque, al libero professionista? Quali sono gli elementi che uniscono un medico di famiglia a un avvocato, un commercialista a un architetto o un notaio a un dentista? Che cosa rimane, dunque, a tenere coeso un intero settore economico e sociale davanti alle istituzioni e ai cittadini?

Nell'immaginario collettivo, i professionisti nel loro insieme non vengono intesi come un entità sociale a se stante: esiste il medico, l'avvocato, l'ingegnere… ma il professionista non viene riconosciuto come soggetto economico autonomo e indipendente. Difficilmente siamo portati a considerare il professionista come un datore di lavoro, il titolare di uno studio organizzato che opera sul mercato, sottoposto agli obblighi di legge così come alla concorrenza. Da questa angolazione, il professionista è un soggetto economicamente attivo, che necessariamente deve fare i conti con le problematiche congiunturali (imposizione fiscale, occupazione, previdenza, accesso al credito…), ma anche con i modelli organizzativi di sviluppo (reti e filiere, federalismo, welfare, formazione continua…).

Il punto di contatto, il link del lavoro intellettuale alle istituzioni e al mercato, risiede nella capacità delle categorie professionali di riconoscersi in un progetto di crescita che sappia delineare un denominatore comune nel gioco della rappresentanza e della concertazione. È la strada intrapresa da Confprofessioni che si è posta l'obiettivo di rilanciare l'associazionismo professionale in uno dei momenti più critici per il sistema del lavoro intellettuale. In questi ultimi anni il movimento confederale delle libere professioni è cresciuto quantitativamente e qualitativamente, ha assunto una fisionomia adulta che gli ha permesso di raggiungere obiettivi difficilmente immaginabili solo qualche anno fa, rivendicando sempre la sua missione fondativa: rappresentare e tutelare gli interessi dei liberi professionisti verso le controparti negoziali e verso le istituzioni politiche comunitarie, nazionali e territoriali. Può apparire una battaglia velleitaria, un sogno addirittura. Ma è l'unico modo per garantire una prospettiva di vita al professionista.

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