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Giustizia, si punti sul personale

del 12/10/2011
di: La Redazione
Giustizia, si punti sul personale
Incontriamo Massimo Battaglia, segretario generale della federazione Confsal-Unsa per parlare della situazione del ministero della giustizia, che rappresenta uno dei dicasteri più importanti per tutto il paese. Il coordinamento giustizia della Federazione Confsal-Unsa ha riunito gli iscritti pugliesi nel corso di un incontro tenutosi l'8 ottobre a Trani. È stata la prima di una serie di riunione regionali dal titolo «Giustizia che fare? Dai tribunali alle carceri è ora di cambiare!» attraverso le quali il sindacato autonomo vuole confrontarsi con tutta la propria base, con i simpatizzanti e con i lavoratori interessati, per affrontare in modo collettivo e partecipato le sfide di un ministero che sotto molti profili è in difficoltà. A Trani 120 persone hanno dato vita a una riunione dinamica e partecipata, cui farà seguito l'incontro di Catania previsto per il 22 ottobre.

Domanda. Segretario, ma non si rischia di vedere il bicchiere mezzo vuoto se ci si lamenta delle condizioni di lavoro quando il lavoro lo si ha ed è anche assicurato?

Risposta. Siamo consapevoli della crisi generale che è in atto e che i problemi più pesanti oggi li vive chi è in una situazione di precariato o di disoccupazione. Ciò non significa però che come lavoratori dobbiamo rinunciare a lottare per apportare dei miglioramenti al luogo in cui operiamo, specie se molte delle cose per cui ci battiamo hanno un riflesso diretto sulla collettività, e i miglioramenti che chiediamo sono anche a vantaggio dei cittadini. Il ruolo del sindacato non è solo quello di «battere cassa», ma è anche quello di chiedere che gli uffici funzionino; e se ciò non avviene è perché forse qualcuno a monte non prende le scelte giuste. Non vogliamo fare le vittime sacrificali, ma contribuire a evidenziare quelle criticità che è necessario risolvere per offrire ai cittadini un servizio del pianeta Giustizia con standard adeguati per un paese che vuole essere civile. Ma siamo lontani anni luce da tutto questo, ed è compito di chi conosce questo settore, per il fatto di viverci dentro, gridare l'allarme e chiedere dei cambiamenti. Mi creda, in questo il sindacato non dà voce solo ai lavoratori, ma anche ai cittadini che reclamano un sistema giustizia efficiente e professionale.

D. Perché in Italia secondo lei si parla solo di magistrati e detenuti e non di chi lavora nei tribunali e nelle carceri?

R. È sempre stato così perché è più facile giudicare un prodotto finito che valutare come lo stesso viene realizzato. Ad esempio in un processo il magistrato è il fiore all'occhiello del sistema, colui che incarna l'auctoritas dello stato, ma tante volte ci si dimentica, e lo fa spesso lo stesso magistrato, che al suo fianco vi è una vasta gamma di professionalità che permette al processo di compiere tutti i passi procedurali previsti dal nostro ordinamento; un personale che in questo complesso iter si assume tante responsabilità. Sa cosa succede se la cancelleria sbaglia a mandare un ordine di scarcerazione in carcere, o se lo manda con un giorno di ritardo? La giustizia, come la sanità, ha riflessi diretti con la vita delle persone. Ma questa prospettiva distorta avviene anche quando si parla di carcere, dove al centro della riflessione mediatica vi è il detenuto, mentre tutto il complesso che lo circonda rimane nell'ombra, quasi fosse inesistente. Ma come si fa a risolvere l'emergenza detentiva se non si investe nella rete delle professionalità che la devono affrontare? Se uno stato sa rispondere solo con gli indulti o con gli sconti di pena significa che è alle corde e manca di una capacità progettuale, di cui soffrono gli stessi operatori del settore che sono chiamati ad affrontare una perenne cronica emergenza. Il personale del pianeta giustizia deve invece essere collocato al centro della riflessione politica e delle scelte organizzative, affrontando il problema dei tagli delle piante organiche, del blocco del turnover, della formazione, dell'innovazione tecnologica nei processi lavorativi.

D. Da Alfano a Nitto Palma, quali le differenze nell'azione politica del dicastero?

R. Difficile rispondere, perché l'attuale ministro si è insediato da poco, mentre con il precedente abbiamo realizzato un percorso di due anni, che ha fruttato, anche grazie ai rapporti con la parte politica e con i capi dei diversi dipartimenti, la sottoscrizione storica del nuovo contratto integrativo per il personale, che è seguito a dieci anni di buio contrattuale. Un accordo che ha assicurato miglioramenti economici per tutti i dipendenti dell'organizzazione giudiziaria, ed anche in parte per il personale penitenziario e dei minori. Per quanto riguarda il nuovo ministro Nitto Palma invece non posso dire nulla, perché al momento non vi sono stati incontri ufficiali. Ci auguriamo di incontrarlo il prima possibile, perché le cose da fare per il personale sono tante in questo difficile e particolare momento economico del nostro paese.

D. Cosa pensa della delega sulla nuova geografia giudiziaria in procinto di essere emanata?

R. La Confsal-Unsa ha già espresso su questo argomento una valutazione non del tutto negativa ma a certe condizioni. È evidente che la delega lascia poco spazio a ragionamenti, perché non obbliga l'amministrazione a convocare la parti sociali, ma le conferisce il potere di decidere autonomamente questa riorganizzazione territoriale. Ciò non deve essere una motivazione per il ministero per giocare una partita a battaglia navale, affondando in modo indiscriminato alcune sedi rispetto ad altre, perché la mia Federazione non lo consentirà. Abbiamo già chiesto, come altre Oo.Ss., un incontro al ministro ma al momento nessuno ha risposto e questo non è certo un merito ma sicuramente un demerito. In qualsiasi azienda in fase di riorganizzazione, il titolare o il suo amministratore chiama i lavoratori e i sindacati per spiegare il nuovo piano aziendale e renderlo così più efficace nella sua realizzazione. Su questa partita saremo vigili e attenti per tutelare i lavoratori coinvolti. Riformare la geografia giudiziaria significa obbligare un certo numero di persone a compiere giornalmente spostamenti non indifferenti, e se ciò è possibile per chi ha alti stipendi, non lo è invece per chi non li ha.

D. Segretario, a che punto è il famoso piano carceri?

R. Quando si parla dell'esistenza di un piano di solito si fa riferimento a un progetto in cui esiste una forte concatenazione tra pensiero, che dovrebbe essere lucido per fissare tutte le tappe, e azione, che dovrebbe essere capace di attuare quanto pensato. In assenza di uno solo di questi due elementi, non si può parlare di piano, ma solo di intenzioni o di sogni. Il cosiddetto «piano carceri» è allo stato attuale ancora un proclama, forse attivo nei pensieri del governo, ma nella realtà è fermo. Siamo davanti a una classe politica che è come Giano bifronte: da un lato dice di voler risolvere i problemi del sovraffollamento degli istituti penitenziari costruendone altri, e dall'altra riduce le piante organiche e blocca il turnover. Mi dice lei chi andrà a lavorare nei nuovi carceri? Forse ci andrà sempre quel «nessuno» come è stato per altre costose strutture costruite in passato e mai entrate in funzione.

D. Secondo lei, segretario, come si può fare a trovare risorse per far funzionare meglio questo ministero?

R. Il ministero della giustizia introita tanti soldi grazie agli innumerevoli servizi svolti dal personale. Parlo degli atti che si traducono in sequestri ai beni della criminalità organizzata e ai diritti di cancelleria, ecc. Nulla rimane nel circuito interno del sistema giustizia per il personale. Recentemente vi è stato anche l'aumento del contributo unificato, che grava sulle tasche di tutti i cittadini; una misura che mi sembra più una tassa per scoraggiare chi vuole iniziare un iter giudiziario per tutelare i propri diritti che non un mezzo per migliorare il servizio complessivo di tutta la macchina amministrativa. Per questo la mia Federazione sta intraprendendo con alcuni parlamentari di entrambi gli schieramenti un'iniziativa legislativa al fine di trovare una soluzione che possa far rientrare una percentuale di questi introiti sia nelle casse del Fua e sia per sostenere una politica seria e corretta su tutto il personale del dicastero.

D. Allora, qual è la soluzione?

R. Come sempre, nella vita si raccoglie solo se si semina. Non si possono pretendere frutti se si piantano erbacce. Bisogna avere coraggio e investire. Solo chi sa scommettere può vincere la sfida. È ora che la politica investa sul ministero della giustizia e sul suo personale, che ritengo professionalmente preparato visto che da anni, e con grandi sacrifici personali, sta evitando il collasso del sistema. Lo dico perciò a ragion veduta, conoscendo le persone, come quelle incontrate sabato a Trani, che fanno crescere questa grande esperienza di sindacalismo autonomo, libero da condizionamenti partitici e ideologici. Il personale è una risorsa, non un peso sistemico. Bisogna destinare appropriati capitali, e almeno usare quelli raccolti direttamente, per migliorare i servizi erogati dal mondo giustizia, superando la rigida impostazione del turnover e dei tagli delle piante organiche. Vedrà, se i politici avranno questo coraggio, ne beneficeranno non solo i lavoratori del ministero, ma tutti gli italiani.

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