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Freno ad accertamenti per relazione

del 05/10/2011
di: Giuseppe Accettura
Freno ad accertamenti per relazione
Il contribuente che riceve un avviso di accertamento fiscale e lo ritenga illegittimo o infondato, può opporsi proponendo il ricorso alla Commissione tributaria provinciale. Il ricorso ha un costo e diversi inconvenienti. In primo luogo le spese e l'onorario al difensore tecnico. Poi bisogna attendere un paio d'anni circa fin quando andrà in discussione, il che inciderà sul tempo per il calcolo degli interessi.

La sentenza potrebbe non soddisfare una o entrambe le parti per cui il processo potrebbe continuare con il ricorso in appello. Anche la sentenza emessa dalla Commissione tributaria regionale potrebbe non essere accettata e il processo proseguire con il ricorso per Cassazione, sempre con gli stessi inconvenienti. Questo è l'iter che caratterizza le controversie tra fisco e contribuente salvo che, quando viene notificato l'accertamento o sia in corso la controversia, è in atto il condono fiscale.

In determinati momenti lo Stato può emettere la legge per proporre il condono indicando le condizioni da rispettare per risolvere le liti fiscali pendenti. In tal caso, il contribuente deve decidere se procedere secondo la proposta avanzata dallo Stato e fare il condono, o seguire la procedura ordinaria proponendo il ricorso alla Commissione tributaria. La scelta è una decisione puramente di convenienza economica. Facendo il condono dovrà versare, entro i termini precisati nella legge del condono, l'importo scaturente dalle condizioni imposte dallo Stato. Se sceglie di seguire la via del ricorso sa che lo stesso comporterà i tempi e gli oneri sopra specificati.

Quasi sempre il contribuente preferisce fare il condono per scrollarsi di dosso la pretesa fiscale in quanto, anche se ritenesse di avere ragione, le spese e l'onorario potrebbero incidere più di quanto andrebbe a sostenere con il condono. In conclusione chi fa il condono non accetta l'accertamento effettuato dal fisco, ma accetta l'offerta fatta dallo Stato. Motivare la pretesa fiscale sostenendo che il contribuente, facendo il condono aveva accettato l'accertamento, è del tutto illogico, infondato e illegittimo. È una presunzione pura e semplice.

Ancora di più la pretesa è illegittima quando il valore, esposto nell'accertamento definito con il condono, era stato ricavato «per relazione», da una situazione similare, senza che l'Ufficio fiscale avesse fornito un qualsiasi elemento di prova a conferma della presunzione ricavata «per relazione». Chiedere contemporaneamente al contribuente di dare la prova di avere dichiarato il vero, è assurdo in quanto, avverso la pretesa immotivata, il ricorrente non ha nulla da provare non avendo dichiarato il falso. Inoltre si sono verificati casi in cui l'Ufficio, dopo aver notificato l'accertamento «per relazione» definito con il condono, ne notificava allo stesso contribuente un altro, per un'altra imposta, adoperando lo stesso valore presunto «per relazione».

Quel contribuente veniva colpito con un accertamento motivato «presunzione da presunzione». Per situazioni del genere pendono ricorsi per Cassazione. Gli accertamenti o devono essere motivati con prove ineccepibili o è meglio non tentare di estorcere denaro ai contribuenti dato che l'art. 38, comma 3, del dpr 29/9/1973 n. 600, dispone che l'accertamento «può essere motivato anche sulla base di presunzioni semplici, purché siano gravi, precise e concordanti». Sarebbe opportuno che gli accertamenti scriteriati o redatti «per relazione» fossero messi al bando, per non creare disagio ai contribuenti nel dover fornire prove impossibili avverso quelle pretese fiscali che pretendono dal contribuente più del dovuto.

Le Commissioni tributarie dovrebbero essere, a loro volta, severe nel giudicare gli accertamenti indimostrati, fatti a tentativo. E secondo alcuni il contribuente potrebbe chiedere allo stato il risarcimento per gli oneri e i danni derivanti dagli accertamenti inconsistenti.

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