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Commercialisti con studi ristretti

del 04/10/2011
di: di Simona D'Alessio
Commercialisti con studi ristretti
Nel Triveneto, sette studi di dottori commercialisti su dieci sono incentrati sulla figura del libero professionista (quasi sempre il fondatore) e sono poco inclini ad incrementare le competenze per ampliare l'offerta alla clientela. Al contrario, il restante 28% che comprende più sedi, associati e collaboratori ha adottato una formula d'affari basata sull'erogazione di servizi «non standardizzati», tuttavia una buona metà non è attrezzata «per supportare l'innovazione nelle strategie delle aziende». È quanto emerge dai risultati di un questionario, inviato a tutti gli 11.267 membri della categoria del Nordest d'Italia, realizzato dai ricercatori dell'università Ca' Foscari di Venezia, in collaborazione con l'associazione dei dottori commercialisti e degli esperti contabili delle Tre Venezie. L'iniziativa, presentata nel corso di un evento promosso a Vicenza dall'organizzazione, in occasione dell'apertura della stagione formativa 2011/2012, è nata per scattare una fotografia della condizione attuale ed indagare sulle prospettive e la propensione al mutamento organizzativo dei professionisti. Nel complesso, le due tipologie di studio sono state suddivise in «reattive» (47%) e «passive» (53%), con le prime che hanno dimensioni significativamente maggiori, in primis per numero di uffici e personale praticante e, a seguire, forse anche grazie ad un maggiore appeal che possono esercitare sulle seconde in termini di future, possibili associazioni. Partendo dal presupposto che le aziende hanno l'esigenza di rapportarsi con un consulente fidato in grado di gestire situazioni di crisi e di ripresa, si è scoperto che il 40% delle strutture professionali «ad personam» non considera un problema la mancanza di aggiornamento e, quindi, non sente la necessità di rivedere il proprio modello, «rischiando di trovarsi a operare in un mercato non sufficientemente ampio e remunerativo», limitandosi ad assistere privati cittadini, imprese individuali e piccole società. Quanto agli studi strutturati, più favorevoli ad abbracciare l'innovazione, nella maggior parte dicono «sì» al cambiamento, e «no» alla rivoluzione radicale. Eppure, ha commentato Dante Carolo, presidente dell'associazione, sono i dottori commercialisti che non debbono soltanto garantire consulenze fiscali adeguate per assistere i clienti nelle procedure di accesso al credito e ai fondi pubblici, bensì prendere per primi coscienza dell'urgenza di «uscire dall'immobilismo».

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