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Violato il diritto alla privacy, compromessa la giusta causa

del 01/10/2011
di: Dario Ferrara
Violato il diritto alla privacy, compromessa la giusta causa
Multa di 200 euro, più risarcimento danni e altri 1.500 euro di spese processuali alla parte civile. Costa caro, al marito, l'improvviso colpo di testa alla fine di un amore. E la gran parte dei soldi va all'ex partner. Che è successo? Pende il giudizio di separazione e la moglie pretende l'assegno di mantenimento. Lui, nel frattempo, viene in possesso di una lettera indirizzata a lei da un colosso del settore bancassurance. «Qui gatta ci cova», pensa l'uomo, e decide di aprire la corrispondenza, premeditando di utilizzare di fronte al giudice civile la notizia di quel rapporto patrimoniale evidentemente rimasto nascosto fino a quel momento. La fotocopia del documento risulta effettivamente esibita nel giudizio di separazione da parte del marito, che punta a stroncare le richieste economiche di lei, sventolando sotto il naso del giudice la prova dell'esistenza di una polizza vita, che lei voleva tenere segreta. Ma lui non può invocare la «giusta causa» prevista dal secondo comma dell'articolo 616 cp e dunque non evita la condanna, nonostante in passato la giurisprudenza di legittimità abbia ritenuto la sussistenza della scriminante in un analogo caso di rivelazione del contenuto della corrispondenza. È quanto emerge dalla sentenza 35383/11, pubblicata il 29 settembre 2011 dalla quinta sezione penale della Cassazione. Il collegio si discosta da un precedente indirizzo interpretativo in tema di articolo 616 cp. Lo fa seguendo la dottrina secondo cui è ancora del tutto aperto il dibattito sulla produzione in giudizio di documenti ottenuti illecitamente, tramite la lesione di un diritto fondamentale, come è quello alla riservatezza della corrispondenza, tutelato dall'articolo 15, comma 2 della Costituzione oltre che dalla legge. La giusta causa presuppone inoltre che la rivelazione in giudizio della corrispondenza bancaria sia l'unico mezzo a disposizione per contestare le richieste del coniuge controparte. Mentre il marito avrebbe ben potuto chiedere al giudice di ordinare alla moglie o all'azienda l'esibizione di un documento, come la lettera, di cui riteneva necessaria l'acquisizione al processo. Insomma, l'interesse offeso di lui poteva essere tutelato in altro modo, senza violare la privacy di lei. Né risulta sufficiente a integrare l'invocata scriminante il rilievo che l'agente sia stato determinato alla condotta da un movente che di per sé non è riprovevole.

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