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Iva, accertamenti da risarcire

del 24/09/2011
di: di Stefano Loconte
Iva, accertamenti da risarcire
Sul raddoppio dei termini nell'accertamento Iva l'unica difesa possibile è rappresentata dall'attacco, dando avvio a una azione giudiziaria di risarcimento danni nei confronti dello stato italiano per illecito comunitario. Questa, in estrema sintesi, l'unica soluzione possibile per tutti quei contribuenti che stanno per subire la notifica di avvisi di accertamento da parte dell'amministrazione finanziaria a causa dell'avvenuta adesione al condono del 2002.

Infatti, entro il 31.12.2012, dopo l'ulteriore proroga di un anno che è stata concessa con l'ultima manovra finanziaria, potranno essere notificati gli accertamenti nei confronti degli oltre 900.000 contribuenti che avevano aderito alla sanatoria del 2002 ai fini Iva. Il combinato disposto della sentenza della Corte di giustizia Ue del luglio 2008 (in merito all'illegittimità del condono ai fini Iva) e della sentenza della Corte costituzionale n. 247 del luglio 2011 (in tema di raddoppio dei termini di accertamento in presenza di fattispecie avente rilevanza penale), unitamente all'interpretazione fattane fino a questo momento dalla Corte costituzionale, mettono, di fatto, la gran parte di questi contribuenti con le spalle al muro atteso che proprio la presentazione della dichiarazione di condono viene a essere qualificata come autodenuncia di un fatto avente rilevanza penale (l'evasione oggetto di condono), con il conseguente assoggettamento al termine lungo per l'accertamento fiscale, peraltro, come già detto, ora ulteriormente prorogato di un anno. L'Agenzia delle entrate, anche nel timore di poter subire un'imputazione per danno erariale dalla Corte dei conti nel caso in cui faccia scadere i termini di accertamento, ha già attivato la procedura di analisi di tutte le posizioni e le somme da recuperare potrebbero essere di circa 60 miliardi di euro per ogni anno di imposta. Tocca quindi ai contribuenti, che ben sanno di poter essere inseriti in tali liste per aver aderito al condono, preparare le più opportune strategie difensive al fine di tentare di controbattere l'imponente recupero che l'amministrazione si appresta a effettuare.

La situazione non si presenta di facile gestione atteso che, proprio in ottemperanza ad una precisa disposizione contenuta nella disciplina del condono, il contribuente che vi avesse aderito non era più tenuto a conservare la documentazione fiscale. In sostanza, quindi, i contribuenti si vedranno costretti a subire un accertamento per l'anno 2002 senza essere nella possibilità di potersi difendere in quanto, tra l'altro, non in possesso della documentazione fiscale relativa al medesimo anno di cui si sono disfatti proprio in virtù di quanto previsto da una precisa disposizione normativa contenuta nella legge sul condono.

Ecco che, pertanto, l'unica efficace difesa possibile è rappresentata da un'azione di risarcimento danni nei confronti dello stato italiano per violazione del principio del legittimo affidamento derivante da illecito comunitario. Il principio del legittimo affidamento, di creazione giurisprudenziale, è definito come una «norma giuridica superiore» che tutela i cittadini e le imprese degli stati membri o, addirittura, uno dei principi di carattere generale dell'Unione europea. In sostanza, esso rappresenta uno strumento interpretativo attraverso cui valutare la legittimità degli atti delle istituzioni e un mezzo di tutela dei cittadini/contribuenti per i danni cagionati dall'attività legislativa e amministrativa degli stati membri dell'Ue e dei loro apparati.

In sostanza, quindi, i contribuenti italiani che hanno aderito al condono hanno confidato che tale sanatoria fosse pienamente legittima e conforme alle norme comunitarie in materia di Iva e l'eventuale attività di accertamento subita da tali contribuenti arrecherebbe loro un danno ingiusto, danno che dovrebbe essere oggetto di risarcimento da parte dello stato.

La giurisprudenza della Corte di giustizia Ue ha chiarito che: 1) il principio in forza del quale gli stati membri sono tenuti a risarcire i danni causati ai singoli dalle violazioni del diritto comunitario a esso imputabili trova applicazione allorché l'inadempimento contestato sia riconducibile al legislatore nazionale; 2) nell'ipotesi in cui una violazione del diritto comunitario da parte di uno stato membro sia imputabile al legislatore nazionale che operi in un settore nel quale dispone di un ampio potere discrezionale in ordine alle scelte normative, i singoli diritti lesi hanno diritto al risarcimento qualora la norma comunitaria violata sia preordinata ad attribuire loro diritti, la violazione sia manifesta e grave e ricorra un nesso causale diretto tra tale violazione e il danno subito dai singoli; 3) il giudice nazionale non può, nell'ambito della normativa nazionale che esso applica, subordinare il risarcimento del danno all'esistenza di una condotta dolosa o colposa dell'organo statale al quale è imputabile l'inadempimento, che si aggiunga alla violazione manifesta e grave del diritto comunitario; 4) il risarcimento, a carico degli stati membri, dei danni da essi causati ai singoli in conseguenza delle violazioni del diritto comunitario deve essere adeguato al danno subito. In mancanza di disposizioni comunitarie in materia, spetta all'ordinamento giuridico interno di ciascuno stato membro stabilire i criteri che consentono di determinare l'entità del risarcimento, fermo restando che essi non possono essere meno favorevoli di quelli che riguardano reclami o azioni analoghi fondati sul diritto interno né possono in alcun caso essere tali da rendere praticamente impossibile o eccessivamente difficile il risarcimento.

Appare lampante come nel caso di specie tutti i requisiti innanzi evidenziati risultano abbondantemente riscontrabili e non è nemmeno possibile addebitare ai contribuenti italiani alcun comportamento negligente che, in qualche modo, possa farli considerare corresponsabili nella causazione del danno: essi si sono limitati a ottemperare a una previsione normativa dello stato italiano di cui confidavano della piena legittimità e, di conseguenza, vantano una situazione di legittimo affidamento che non può non trovare tutela all'interno del nostro ordinamento.

Il danno da risarcire, pertanto, non potrà che essere pari all'importo dell'accertamento che il contribuente si vedrà notificare (maggiorato di tutti gli ulteriori oneri e costi sostenuti per doversi difendere da esso) e al quale non potrà opporre una valida difesa, non conservando la documentazione fiscale relativo all'anno d'imposta accertato, in violazione dei più elementari principi costituzionali in materia. La strategia difensiva più appropriata, quindi, consiglia di procedere immediatamente con l'avvio dell'azione civile di risarcimento del danno, prima ancora dell'eventuale notifica dell'avviso di accertamento e, quindi, della realizzazione dell'eventuale danno: non solo quale forma di «tutela preventiva» ma anche al fine di evitare di far realizzare eventuali ipotesi prescrizionali dell'azione risarcitoria.

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