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Fallimenti con prescrizione breve

del 20/09/2011
di: di Debora Alberici
Fallimenti con prescrizione breve
L'azione di responsabilità nei confronti degli amministratori dell'azienda fallita si prescrive in cinque anni e lo stato di insolvenza può essere desunto dal mancato deposito dei bilanci. È quanto stabilito dalla Suprema corte di cassazione che, con la sentenza numero 19051 depositata il 19 settembre 2011, ha respinto il ricorso presentato dal curatore fallimentare che aveva esercitato l'azione di responsabilità verso gli amministratori oltre i cinque anni dal periodo in cui i bilanci avevano iniziato a non essere depositati. Secondo il fallimento soci e manager non potevano non essere a conoscenza dello stato di insolvenza dell'azienda. Il Tribunale di Roma respinse l'istanza sostenendo che l'azione era stata promossa troppo tardi. Decisione poi confermata in appello. A questo punto la curatela ha presentato ricorso in Cassazione ma senza successo. Secondo la difesa i giudici territoriali avrebbero sbagliato a far decorrere la prescrizione nel 1994, l'anno di mancato deposito del bilancio. Infatti, il giudice avrebbe dovuto «valorizzare altri elementi probatori» per stabilire la decorrenza della prescrizione (mancato pagamento di fatture, riduzione del personale). Ma la Cassazione ha respinto tutti i motivi del ricorso. In particolare, ad avviso della prima sezione civile, «il termine di prescrizione quinquennale dell'azione di responsabilità nei confronti degli amministratori esercitata dal curatore fallimentare ai sensi degli artt. 2394 c.c. e 146 legge fallimentare inizia a decorrere non dalla data della condotta illecita, bensì da quella del verificarsi dell'insufficienza del patrimonio sociale a soddisfare i creditori, che non coincide con il determinarsi dello stato di insolvenza». In proposito, ricordano gli Ermellini, già la Corte d'appello aveva ritenuto che, ai fini della decorrenza del termine di prescrizione dell'azione ex art, 2394 c.c., (non è sufficiente il mero verificarsi, ma) è necessaria la oggettiva conoscibilità della situazione di incapienza patrimoniale in cui versa la società; questa può essere ricavata da una serie di condizioni considerate nel loro complesso: «la cessazione, cioè, del deposito dei bilanci, la notorietà delle difficoltà nei pagamenti, l'essere i creditori in prevalenza operatori qualificati e dunque in grado di cogliere i sintomi della crisi patrimoniale della società». Ora il fallimento dovrà versare anche 7400 euro per le spese processuali. Di diverso avviso la Procura generale di Piazza Cavour che, nell'udienza del 23 maggio, aveva sollecitato una conclusione in parte diversa. Aveva chiesto l'accoglimento del ricorso e dunque la riapertura del caso con rinvio alla Corte d'appello di Roma affinché riconsiderasse il caso facendo decorrere la prescrizione da un momento diverso rispetto a quello del mancato deposito dei bilanci. In altri termini aveva chiesto di valorizzare le altre prove offerte dal curatore secondo cui la crisi finanziaria dell'azienda non era iniziata in quegli anni ma molto più tardi.

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