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Liberalizzazioni prioritarie

del 03/09/2011
di: di Lucia Basile
Liberalizzazioni prioritarie
«L'obiettivo di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo economico deve rimanere una priorità», questo il commento del presidente nazionale tributaristi Lapet Roberto Falcone sulle liberalizzazioni delle professioni contenute nella manovra-bis. «Proseguiremo nel forte pressing politico che ci ha contraddistinti in tutti questi anni, anche per i più giovani, affinché possano ritrovare nella libera professione una possibile affermazione economica e sociale».

Aria nuova per le professioni dunque. La Lapet, l'associazione nazionale tributaristi, ha già ampiamente avuto modo di esprimere la sua posizione avanzando tra l'altro non poche proposte e rendendosi parte attiva nel processo di liberalizzazione delle professioni. Oggi, con la manovra bis, a distanza di un mese circa dalla precedente manovra di luglio, da cui le liberalizzazioni erano fuoriuscite per poi rientrarvi sotto forma di emendamento, il nuovo corso sembra andare nella direzione giusta, quella cioè di abbattere le inutili barriere alle professioni e di favorire i giovani che aspirano ad entrare nel mondo del lavoro, garantendo tra l'altro la tutela del cittadino.

«Obbligo di formazione continua, assicurazione obbligatoria, equo compenso ai tirocinanti, concorrenza e limiti all'esercizio solo per motivi di interesse pubblico, sono principi a cui la nostra associazione si è sempre ispirata», ha spiegato Falcone.

Liberalizzare vuol dire eliminare una volta per tutte le inutili restrizioni, semplificare e razionalizzare, rimuovere ciò che penalizza le professioni rispetto alle altre attività economiche, consentendo ai professionisti di svolgere la propria attività, facendo salva la garanzia e l'interesse del cittadino-cliente. In un regime di concorrenza è lo stesso mercato a fare la naturale selezione, è la meritocrazia che premia le capacità e valorizza le competenze. Ad emergere è solo chi possiede quella professionalità che deriva da un'adeguata e necessaria formazione. «Liberalizzare non vuol dire consentire di fare tutto a tutti senza alcuna regola», ribadisce Falcone». Non è altresì pensabile stralciare via tutto. Fermo restando la realtà già esistente, quella che è venuta a consolidarsi nel corso degli anni, bisogna iniziare a guardare l'altra faccia della medaglia. È necessaria una disciplina che possa sostenere lo sviluppo, quello che si gioca sull'elevata qualità dei servizi e sulla competitività internazionale delle professioni. La liberalizzazione è oggi il giusto riconoscimento per un settore, quello delle professioni, che coinvolge ormai milioni di lavoratori. Oggi le libere professioni (regolamentate e non) valgono tra il 12,5 e il 15% del pil, il prodotto interno lordo. Quello delle professioni rappresenta un potenziale polmone economico per la crescita del Paese e finalmente si sta comprendendo che aprire il mercato dei servizi professionali, può favorire la competitività e lo sviluppo economico ed occupazionale. Si auspica dunque un rinnovamento culturale, una presa di coscienza che, libera da falsi problemi, possa riconoscere che le professioni tutte, regolamentate e non, possono convivere. Attraverso la rimozione di lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo delle attività professionali, si potrà così degnamente competere con gli altri professionisti europei.

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