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Bancarotta se si crede nell'azienda in perdita

del 27/08/2011
di: di Debora Alberici
Bancarotta se si crede nell'azienda in perdita
Senza risultati economici la fiducia nel progetto aziendale non conta. Rischia infatti una condanna per bancarotta (per aggravamento del dissesto) l'imprenditore che continua caparbiamente a finanziare con mezzi propri la società in perdita senza valutare le reali prospettive e pregiudicando, così, gli interessi dei creditori.

È quanto stabilito dalla Corte di cassazione che, con la sentenza numero 32899 del 26 agosto 2011, ha confermato la condanna per bancarotta nei confronti di due imprenditori che, fin dal primo anno di attività, avevano finanziato l'azienda in perdita con propri mezzo.

Ma la fiducia nel progetto non li aveva ripagati. Infatti, il dissesto finanziario dell'impresa continuava ad aumentare e così i debiti.

Poi era scattato il fallimento e quindi le accuse per bancarotta. Contro la decisione della Corte d'appello di Milano, che aveva confermato quella del tribunale, i due hanno presentato ricorso in Cassazione ma le tesi esposte dalla difesa non hanno fatto breccia a Piazza Cavour.

In particolare, secondo il legale l'impianto accusatorio non reggeva perché la gestione della società, come dimostra la tenuta della contabilità, era del tutto regolare. Poi, sempre secondo la difesa la Corte territoriale avrebbe male interpretato la situazione di dissesto confusa con il successivo passivo fallimentare.

Tutti questi motivi sono stati ritenuti infondati dalla quinta sezione penale che così ha reso definitiva la condanna motivando che «per dissesto deve intendersi non tanto una condizione di generico disordine dell'attività della società quanto una situazione di squilibrio economico e patrimoniale progressivo e ingravescente che, se non fronteggiata con opportuni provvedimenti, o con la presa d'atto dell'impossibilità di proseguire l'attività, può comportare l'aggravamento inarrestabile della situazione debitoria, con conseguente incremento del danno che l'inevitabile, e non evitata insolvenza, finisce per procurare alla massa dei creditori».

Quindi ad avviso della Cassazione hanno fatto bene i giudici milanesi a sottolineare come fin dall'inizio si fossero manifestati i limiti di redditività dell'attività imprenditoriale dei due imputati con l'accumulo di perdite che avevano eroso l'intero capitale sociale fin dal primo anno. Non solo. È stato anche rilevato come lo squilibrio fosse progressivamente aumentato proprio a causa della «caparbia pervicacia ma oltretutto imprudente prosecuzione dell'attività, in mancanza di un'attenta valutazione delle reali prospettive dell'impresa e di interventi di ricapitalizzazione, essendo state irrilevanti i versamenti di fondi personali dei soci che, in quanto avvenute sotto forma di finanziamento e non di aumento del capitale avevano ulteriormente aggravato la posizione debitoria della società divenuta per questo motivo irrecuperabile».

Anche la procura generale della Suprema corte, nell'udienza tenutasi al Palazzaccio lo scorso luglio, ha chiesto al collegio di legittimità di respingere il ricorso e di confermare, dunque, la condanna.

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