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Iva, comunicazioni in zona grigia

del 27/08/2011
di: di Roberto Rosati
Iva, comunicazioni in zona grigia
La limitazione a 2.500 euro dell'importo massimo nell'uso di contante per le transazioni, disposta dall'art. 2, comma 4, del dl n. 138/2011 (manovra bis) non vale ai fini della comunicazione delle operazioni Iva all'Agenzia delle entrate. Per la quale la soglia dell'obbligo resta fissata in 3.000 euro al netto dell'imposta (3.600 al lordo, nelle operazioni non assistite da fattura). La norma inoltre impatta indirettamente anche con lo strumento fiscale entrato a regime il 1° luglio scorso con l'estensione dell'obbligo alle operazioni documentate da scontrini e ricevute fiscali. Il funzionamento dello strumento infatti appare ora oggettivamente semplificato per via dell'impossibilità di effettuare, in «zona spesometro», pagamenti in contante (salvo che si tratti di operazioni o contratti collegati, di importo singolo inferiore al limite di 2.500 euro).

La soglia di rilevanza. L'obbligo della comunicazione, che va adempiuto in via telematica annualmente con riferimento alle operazioni di ciascun anno solare entro il 30 aprile dell'anno successivo, riguarda le operazioni Iva di importo non inferiore a 3.000 euro. Importo da considerarsi al netto dell'imposta. La soglia è elevata a 3.600 euro, comprensivi dell'Iva, per le operazioni «per le quali non ricorre l'obbligo di emissione della fattura». Espressione testualmente non riferibile alle operazioni fatturate spontaneamente, ma che la stessa Agenzia delle entrate, come sembra evincersi dalla circolare n. 24/2011, parrebbe orientata a intendere, opportunamente, in senso diverso da quello strettamente letterale. In modo da basare la distinzione sul semplice fatto oggettivo che l'operazione sia assistita da fattura (soglia 3.000 euro netti) oppure da scontrini o ricevute fiscali (soglia 3.600 euro lordi). Si deve ricordare poi che, in fase di prima applicazione, per le operazioni dell'anno 2010, da comunicare entro il 31 ottobre 2011, la soglia è elevata a 25.000 euro.

I dati da comunicare. I dati da riportare nella comunicazione, per ciascuna operazione, sono: il numero di partita Iva del cliente, se si tratta di un soggetto passivo nazionale; il numero di codice fiscale del cliente, se si tratta di un privato; i dati identificativi del cliente, se si tratta di un soggetto non residente e senza codice fiscale. Il provvedimento dell'Agenzia delle entrate del 22 dicembre 2010, al punto 3.2, stabilisce inoltre che, ai fini della comunicazione dei dati, per le operazioni non soggette all'obbligo di fatturazione il committente o cessionario è tenuto a fornire i propri dati identificativi al fornitore. Nella citata circolare n. 24/2011, al riguardo, si legge che «pertanto l'acquisizione del codice fiscale è sempre necessaria qualora il cessionario o committente non rivesta la qualifica di soggetto passivo Iva anche in caso di emissione della fattura». Ciò, ovviamente, non vale per i soggetti non residenti e privi del codice fiscale.

Ma uno degli aspetti critici riguarda proprio il punto dell'identificazione del cliente da parte del fornitore, non essendovi, al di fuori della previsione sopra riportata, che riguarda il solo codice fiscale, nessuna disposizione normativa che autorizzi (men che meno obblighi) il fornitore a identificare il cliente attraverso l'esibizione di un documento di identità. Questa problematica si pone solo nel caso in cui il cliente paghi per contanti. Se il pagamento avviene con mezzi diversi l'identificazione è sicuramente possibile. Qui si innesta l'accennato intervento, quasi risolutore, dell'abbassamento a 2.500 euro del limite all'uso del contante. Dato che la soglia dell'obbligo della comunicazione fiscale viene a trovarsi oltre il predetto limite, le transazioni «in zona spesometro», se realizzate con un'unica operazione, dovranno essere regolate con mezzi diversi dal contante, motivo per cui risulta in larga misura oramai risolto il nodo dell'identificazione del cliente.

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