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Stangata per chi perde al Tar

del 03/08/2011
di: di Antonio Ciccia e Cristina Bartelli
Stangata per chi perde al Tar
Stangata per chi perde al Tar e al Consiglio di stato. Anche così il ministero dell'economia fa cassa.

La bozza di decreto legislativo correttivo del Codice del processo amministrativo (dlgs 104/2010) oggi al vaglio del consiglio dei ministri obbliga, infatti, il giudice a condannare chi ha intentato una lite temeraria a pagare allo stato una sanzione di importo non inferiore al doppio del contributo unificato e non superiore nel massimo al quintuplo.

Si tratta di cifre pesanti: per esempio una soccombenza in un ricorso su appalti può costare da almeno 8 mila euro fino a 20 mila euro.

Il pugno duro deriva dalla proposta riscrittura del secondo comma dell'articolo 26 del codice del processo amministrativo, dedicato alle spese di giudizio.

Nella versione attuale in caso di lite temeraria il giudice può (non «deve») condannare d'ufficio (quindi anche senza richiesta di parte) chi perde al pagamento a favore di chi vince di una somma di denaro equitativamente determinata (senza minimi e massimi). La lite è giudicata temeraria quando la decisione è fondata su ragioni manifeste o orientamenti giurisprudenziali consolidati.

La modifica del decreto correttivo lascia intatta la definizione della lite temeraria. Sul punto non si può non sottolineare come sia molto forte la discrezionalità del giudice, che ha campo libero per valutare se una ragione è manifesta oppure no. Meno alea si registra, invece, per il presupposto del consolidamento di orientamenti giurisprudenziali, che si ritiene deve realizzarsi a livello di Consiglio di stato.

Il resto della disposizione viene, invece, rivoluzionato. Innanzi tutto la condanna al risarcimento diventa obbligatoria: la nuova versione testualmente dispone che «il giudice condanna d'ufficio la parte soccombente al pagamento di una sanzione pecuniaria»; viene abbandonato l'espressione incentrata sull'uso dell'ausiliare «potere» («può condannare»); così si vincola il giudice a condannare chi con temerarietà ha iniziato un giudizio o ha resistito con altrettanta temerarietà in giudizio. La norma vale tra l'altro anche per la pubblica amministrazione soccombente, che farà bene a esercitare l'autotutela quando l'atto impugnato non è difendibile.

In secondo luogo il beneficiario delle somme non è più l'altra parte e cioè quella che ha vinto in giudizio; il beneficiario è lo stato. È evidente che da un risarcimento alla parte vincitrice si passa a una sanzione per chi perde.

Infine si passa dalla valutazione equitativa del giudice, quale criterio per la determinazione dell'importo del risarcimento, a una misura predeterminata dalla legge con un minimo e un massimo, come è usuale che sia per le sanzioni.

L'ammontare del risarcimento deve essere non inferiore al doppio e non superiore al quintuplo del contributo unificato dovuto per il ricorso introduttivo del giudizio.

Le cifre sono considerevoli e si aggiungono alle spese di soccombenza (e cioè il rimborso delle spese legali sostenute da chi ha vinto).

Passiamo in rassegna le diverse possibilità. Per i ricorsi in materia di accesso ai documenti amministrativi, contro il silenzio della pa, in materia di cittadinanza e residenza, soggiorno e ingresso in Italia e per quelli di esecuzione e ottemperanza la lite temeraria può costare da 600 a 1.500 euro. Per i ricorsi cui si applica il rito abbreviato la sanzione va da 3 mila euro a 7 mila e cinquecento euro. Per i ricorsi in materia di appalti si va da 8 mila a 20 mila euro.

Infine per tutti gli altri ricorso il minimo è 1.200 euro e il massimo è 3 mila euro.

Peraltro se si dovesse considerare l'importo del contributo unificato aumentato della metà (sanzione prevista nel caso in cui il difensore non indichi in atto l'indirizzo di posta elettronica certificata e il numero di fax) le cifre lieviterebbero ancora.

Tra l'altro sull'indicazione dei recapiti la bozza di correttivo, modificando l'articolo 136 del codice, consente agli avvocati di indicare nel ricorso e nel primo atto difensivo un indirizzo di posta elettronica certificata e un numero fax, che possono essere anche diversi dagli indirizzi del domiciliatario: quindi il dominus può indicare la propria pec o i proprio fax anche se si elegge domicilio presso un avvocato di altra sede.

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