Consulenza o Preventivo Gratuito

Il federalismo non deve fare sconti

del 02/08/2011
di: di Francesco Cerisano
Il federalismo non deve fare sconti
«Altro che due pesi e due misure. Non abbiamo previsto l'incandidabilità per dieci anni dei ministri che sforano i fabbisogni standard semplicemente perché non potevamo farlo, in quanto non previsto dalla legge delega. Ma un intervento in tal senso che estenda anche ai membri dell'esecutivo il cosiddetto fallimento politico previsto per i sindaci, i presidenti di provincia e i governatori sarebbe opportuno». Per il momento è solo un auspicio quello di Luca Antonini, presidente della Commissione paritetica d'attuazione del federalismo fiscale. Una valutazione d'opportunità che inevitabilmente dovrà fare i conti con le resistenze del Palazzo. Ma è quanto basta a sgombrare il campo dai sospetti che chi ha scritto il federalismo fiscale abbia voluto penalizzare le autonomie e trattare con i guanti di velluto i dicasteri romani. Con ItaliaOggi Antonini traccia un bilancio di due anni di lavoro e guarda al futuro. Non solo a quello prossimo (con gli ulteriori decreti attuativi e correttivi che dovranno essere emanati entro la nuova dead line spostata al 21 novembre) ma anche a quello più remoto. «Perché il federalismo», dice, «ha posto le basi per un processo di attuazione pluridecennale».

Domanda. Professore, il decreto su premi e sanzioni, visto anche l'esito del voto in Bicamerale, sembra essere piaciuto molto al parlamento ma poco alle autonomie che si sono tutte schierate contro, invocando anche presunti profili di incostituzionalità per disparità di trattamento. Lei ha sempre detto che si trattava di un decreto dall'alto valore simbolico. Cosa risponde a sindaci e governatori?

Risposta. Mi consenta di dire con orgoglio che siamo di fronte a un provvedimento che fa fare un salto di qualità enorme alla politica italiana, così come chiedevano anche i mercati finanziari. Il fallimento politico e la relazione di fine mandato porteranno effetti benefici non solo in periferia ma a cascata sulle amministrazioni centrali dello stato. Non c'è nessun profilo di incostituzionalità nel testo. Non abbiamo potuto inserire una norma sull'incandidabilità dei ministri che sforano i fabbisogni standard perché se l'avessimo fatto saremmo andati oltre la legge delega. E allora sì avremmo violato la Costituzione. Ma ritengo che sarebbe opportuno prevedere con un futuro provvedimento ad hoc il fallimento politico per i ministri spreconi. Intanto già la sanzione della sfiducia individuale è un bel deterrente...

D. Dall'anno prossimo con la partenza dei fabbisogni standard per i comuni, il federalismo, inteso come superamento della spesa storica, inizierà a dispiegare i propri effetti. Ma intanto fioccano gli aumenti di addizionali e tariffe da parte dei sindaci. E l'equazione tra federalismo e aumento della pressione fiscale sta diventando quasi automatica. Cosa risponde?

R. Rispondo che le tasse locali aumentano non a causa del federalismo, ma per le gestioni allegre di molti amministratori o per i tagli lineari delle ultime manovre. Dunque per circostanze che col federalismo non c'entrano nulla. La riforma ha il merito di voltare pagina dopo 35 anni di spesa storica. I sindaci dovranno pubblicare sul sito internet del comune i fabbisogni dell'ente e se chiedono di più ai cittadini in termini di pressione fiscale ne risponderanno politicamente. Già dalle prossime elezioni amministrative dovranno rendere pubblico sul web il proprio operato con la relazione di fine mandato. (un'idea nata grazie all'apporto del professor Ettore Iorio a cui si deve dare il merito di aver ricostruito la contabilità in Calabria). Non ci saranno più casi come quelli del Lazio o della Calabria dove i neogovernatori hanno impiegato sei mesi per quantificare l'entità dei debiti ereditati dai loro predecessori. Anche quanto accaduto a Milano, con il neosindaco Pisapia che è stato costretto ad una variazione di bilancio per ripianare un buco di 100 milioni di cui nessuno sembrava essersi accorto, dimostra quanto questa riforma fosse essenziale. Perché la scarsa trasparenza nei conti finisce per inquinare le dinamiche democratiche. E a pagare poi sono sempre i cittadini. Noi abbiamo previsto l'armonizzazione dei bilanci pubblici che finalmente parleranno una sola lingua. Con l'obbligo del bilancio consolidato, si accenderanno finalmente i riflettori sulla gestione delle partecipate e delle esternalizzazioni.

D. Secondo enti locali e regioni però i tagli delle ultime due manovre (dl 98/2011 e dl 78/2010 ndr) avrebbero di fatto ucciso il federalismo. Perché le autonomie locali rischiano di arrivare alla canna del gas quando la riforma entrerà nel vivo.

R. A chi dice questo rispondo: provate a pensare a quali sarebbero stati gli effetti dei tagli senza il federalismo e cioè in uno scenario, come quello ante-riforma, opaco e confuso. L'albero storto della finanza pubblica sarebbe rimasto tale e in più avrebbe subito i tagli di Tremonti. I sacrifici imposti dalle manovre correttive non hanno nulla a che fare col federalismo perché si tratta di interventi congiunturali imposti dall'attuale scenario macroeconomico, mentre il federalismo è un intervento strutturale di orizzonte più ampio. La manovra correttiva ha dato un grande segnale di responsabilità ai mercati. Non dimentichiamo che in Francia si sta discutendo di inserire in Costituzione l'obbligo del pareggio di bilancio. Ma, ripeto, un conto è la manovra, un conto il federalismo. Con l'approvazione dell'ottavo decreto attuativo siamo arrivati alla fine di un lungo cammino, ma ora ne inizia un altro perché gli otto decreti hanno posto le basi per un processo di attuazione pluridecennale che andrà oltre la delega. In Spagna, gli enti locali gestiscono autonomamente (anche dal punto di vista normativo) il 50% dell'Irpef. Noi dobbiamo puntare a realizzare la stessa cosa in Italia.

D. Tra i prossimi provvedimenti si attende il decreto di riordino dell'Imposta provinciale di trascrizione e la disciplina dell'imposta di scopo. Quali novità sono in arrivo?

R. La riforma punterà a correggere l'attuale situazione di squilibrio per cui vendere un'auto usata costa di più che vendere una nuova in termini di Ipt. Sull'imposta di scopo ci sono delle anomalie da correggere (si veda ItaliaOggi del 27/4/2011 ndr) e lo sappiamo. Ma è necessario trovare una soluzione politica condivisa.

vota