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Raddoppio dei termini, contribuente senza garanzie

del 02/08/2011
di: Duilio Liburdi
Raddoppio dei termini, contribuente senza garanzie
Un grande abbaglio da parte della Corte costituzionale: in questo modo si può forse sintetizzare il pensiero contenuto nella circolare Assonime n. 20 di ieri con la quale l'associazione commenta la sentenza 247 del 25 luglio scorso. Infatti, l'emersione del fatto che genera il superamento della soglia di rilevanza penale potrebbe verificarsi anche dopo la decadenza del termine ordinario di accertamento previsto dalle norme, togliendo qualunque garanzia al contribuente.

A commento della sentenza, l'associazione osserva come la pronuncia della Corte abbia fornito una lettura di sostanziale compatibilità delle disposizioni che consentono il raddoppio dei termini di accertamento con quanto previsto dallo statuto dei diritti del contribuente nella parte della pronuncia in cui si afferma che «le disposizioni di detta legge non hanno rango costituzionale e non costituiscono, neppure come norme interposte, parametro idoneo a fondare il giudizio di legittimità costituzionale di leggi statali».

La conseguenza diretta di questa lettura è dunque la legittimità della possibilità di raddoppiare i termini di accertamento in presenza di fattispecie di natura penale anche laddove il rilievo da parte dell'ufficio accertatore intervenga oltre il decorso dei termini ordinari di accertamento. Ciò in quanto il meccanismo di termine ordinario ovvero raddoppiato è fissato dalla legge in presenza di una condizione oggettiva quale la sussistenza dell'obbligo di denuncia penale per i reati tributari. Viene altresì osservato come il riferimento principe di tutta la sentenza è che non si può parlare di riapertura o proroga dei termini perché «i termini brevi e quelli raddoppiati si riferiscono a fattispecie ab origine diverse che non interferiscono tra loro e alle quali si riconnettono diversi termini di accertamento». Secondo l'associazione è proprio questo il principio che non può essere condiviso in quanto la fattispecie di rilevanza penale non costituisce un elemento a sé stante nell'ambito dell'accertamento ma, di fatto, emerge all'interno della verifica o dell'accertamento. Quindi, non potendo esserci di fatto una distinzione in tal senso, non è ammissibile che i termini di accertamento siano diversi con la conseguenza che la rilevazione di un fatto penalmente apprezzabile a termine ordinario «chiuso» non può essere una fattispecie autonoma e svincolata dal resto.

Una particolare critica viene riservata dall'associazione alla conseguenza che tale impostazione genera in virtù del fatto che il meccanismo di raddoppio dei termini prescinde dal giudizio penale di merito (archiviazione, proscioglimento, condanna, non luogo a procedere ecc.), elemento questo in linea di principio non criticabile. L'elemento di maggiore preoccupazione è che l'elemento di natura penale può emergere anche da attività accertative concretamente iniziate, ad esempio, nell'ottavo anno in quanto, ad avviso della Corte, non è necessario che il fumus del reato sia rilevato dall'ufficio nei termini ordinari previsti, ad esempio, dall'articolo 43 del dpr n. 600 del 1973. La conseguenza è però quella di un raddoppio, nella sostanza indiscriminato, dei termini per l'accertamento di natura amministrativa che, secondo l'associazione è di fatto sottoposto a una condizione risolutiva: infatti, laddove la verifica non si concluda con il superamento delle soglie che fanno scattare la denunciabilità penale, l'accertamento decade. Sul punto, la circolare afferma come non si rivela agevola cogliere la ratio di un regime del genere nel contesto di un ordinamento complessivamente orientato a principi informati anche all'analisi delle disposizioni che trovano posto nello Statuto del contribuente. Viene inoltre sottolineato come, anche il riferimento, a un'ipotetica complessità della fattispecie penale, appaia discutibile se non ricollegato a qualcosa di concreto, ad esempio al processo penale che si può sviluppare e alle prove che potrebbero formarsi. Come era prevedibile attendersi, dunque, non mancano reazioni anche molto autorevoli quali quella dell'Assonime, ad una pronuncia della Corte costituzionale che, oggettivamente, rischia di togliere qualunque certezza in merito all'azione di accertamento che l'amministrazione finanziaria svolge nei confronti del contribuente. Poca cosa appare il passaggio della sentenza nel quale si afferma che l'uso della norma (o meglio l'innesco della stessa) non può essere utilizzato in modo indiscriminato da parte degli organi verificatori in considerazione del fatto che il giudice tributario può valutare l'eventuale abuso commesso. Ci si deve chiedere quale sarà il giudice tributario che assumerà l'onere di orientarsi in modo difforme rispetto alla Corte e, soprattutto, ci si deve domandare quali conseguenze di natura pratica possono generarsi anche in termini di riscossione delle imposte. Non è difficile immaginare come, con un lasciapassare così autorevole saranno sempre maggiori le ipotesi nelle quali il superamento della soglia di rilevanza penale verrà sostenuto in modo tale da aprire la strada a un termine di accertamento amministrativo praticamente senza limite.

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