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Raddoppio termini automatico

del 27/07/2011
di: di Duilio Liburdi
Raddoppio termini automatico
Difesa più difficile per i contribuenti che incorrono in una violazione che fa avviare, da parte dell'amministrazione finanziaria, la denuncia all'autorità giudiziaria: il raddoppio dei termini di accertamento sotto l'aspetto amministrativo, infatti, può di fatto operare in modo automatico. È questo il senso della sentenza della Corte costituzionale n. 247 del 2011 (si veda ItaliaOggi di ieri) con la quale i giudici hanno statuito la legittimità delle disposizioni contenute nel decreto legge n. 223 del 2006. In sintesi, le norme che hanno modificato sia il dpr n. 600 del 1973 che il dpr n. 633 del 1972 consentono, ai fini dell'accertamento fiscale, il raddoppio dei termini in questione laddove vi sia l'avvio di una azione penale in virtù del fatto che la violazione ricada nell'ambito applicativo del decreto legislativo n. 74 del 2000.

La questione è stata più volte affrontata dalle commissioni di merito e anche in dottrina dove, per esempio, uno studio Assonime sosteneva l'impossibilità di applicare la norma in questione a un termine di accertamento che in concreto era da considerarsi come già scaduto. La lettura delle disposizioni che viene fornita dalla Corte sembra dunque andare in direzione del tutto opposta, e l'unico passaggio che può essere evidenziato come di tutela per il contribuente riguarda una affermazione che, di fatto, coinvolge il comportamento degli uffici dell'amministrazione finanziaria. La Corte afferma infatti come il raddoppio non consegue da una valutazione discrezionale e meramente soggettiva degli uffici tributari, ma opera soltanto nel caso in cui siano obiettivamente riscontrabili, da parte di un pubblico ufficiale, gli elementi richiesti dall'art. 331 cpc per l'insorgenza dell'obbligo di denuncia penale. Richiamando una costante giurisprudenza della Corte di cassazione, tale obbligo sussiste quando il pubblico ufficiale sia in grado di individuare con sicurezza gli elementi del reato da denunciare (escluse le cause di estinzione o di non punibilità, che possono essere valutate solo dall'autorità giudiziaria), non essendo sufficiente il generico sospetto di una eventuale attività illecita. La Corte osserva poi che il pubblico ufficiale, allorché abbia acquisito la notitia criminis nell'esercizio o a causa delle sue funzioni, non può liberamente valutare se e quando presentare la denuncia, ma deve inoltrarla prontamente, pena la commissione del reato previsto e punito dall'art. 361 cp per il caso di omissione o ritardo nella denuncia. Un punto di valutazione che era stato fornito ai giudici era quello della asserita incontrollabilità dell'apprezzamento degli uffici tributari circa la sussistenza del reato. In relazione a questo aspetto, la Corte obietta come il sistema processuale tributario consente, invece, il controllo giudiziario della legittimità di tale apprezzamento. Il giudice tributario, infatti, dovrà controllare, se richiesto con i motivi di impugnazione, la sussistenza dei presupposti dell'obbligo di denuncia, compiendo al riguardo una valutazione ora per allora (cosiddetta «prognosi postuma») circa la loro ricorrenza e accertando, quindi, se l'amministrazione finanziaria abbia agito con imparzialità o abbia, invece, fatto un uso pretestuoso e strumentale delle disposizioni denunciate al fine di fruire ingiustificatamente di un più ampio termine di accertamento. A maggiore precisazione sul punto la sentenza afferma come:

- in presenza di una contestazione sollevata dal contribuente, l'onere di provare detti presupposti è a carico dell'amministrazione finanziaria, dovendo questa giustificare il più ampio potere accertativo attribuitole dal censurato terzo comma dell'art. 57 del dpr 633/72;

- il correlativo tema di prova - e, quindi, l'oggetto della valutazione da effettuarsi da parte del giudice tributario - è circoscritto al riscontro dei presupposti dell'obbligo di denuncia penale e non riguarda l'accertamento del reato;

- gli eventuali limiti probatori propri del processo tributario hanno, pertanto, una ridotta incidenza nella specie e, comunque, non costituiscono oggetto delle sollevate questioni.

Seppure le questioni espresse dalla Corte in questa parte della sentenza appaiono finalizzate a «tranquilizzare» i contribuenti in merito a un uso improprio delle disposizioni che consentono il raddoppio dei termini di accertamento, l'enunciazione di principio contenuta nella pronuncia deve essere poi calata nell'attività pratica che viene effettuata dagli uffici e dalla guardia di finanza. È noto, infatti, come in alcune occasioni le contestazioni che vengono formulate nei confronti dei contribuenti anche nell'ambito dei processi verbali di constatazione portino in modo sostanzialmente automatico al superamento di quelle soglie previste dal dlgs 74/2000 innescando automaticamente il percorso verso un raddoppio dei termini per l'accertamento di natura amministrativa che non può non ingenerare un senso di incertezza in relazione alle contestazioni di specie, anche in considerazione dei tempi della giustizia tributaria.

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