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Aziende assolte a causa della crisi

del 26/07/2011
di: di Debora Alberici
Aziende assolte a causa della crisi
Maggiore tolleranza per le aziende che versano in crisi economica. Non commette il reato di omesso versamento dei contributi l'imprenditore che, a ridosso del fallimento, non versa ai dipendenti lo stipendio e i contributi. È quanto si evince da una sentenza (numero 29616) della Suprema corte di cassazione del 25 luglio 2011, e con la quale è stata annullata con rinvio la condanna per omesso versamento dei contributi nei confronti di un imprenditore di Brescia che, a causa del grave dissesto finanziario nel quale versava, aveva omesso il versamento dei contributi e dello stipendio ai dipendenti. Dunque se da un lato gli Ermellini sostengono che l'uomo, non fallito personalmente, avrebbe potuto provvedere di tasca sua, dall'altro ricordano che il reato di omissione contributiva «è una forma particolare di appropriazione indebita e, di conseguenza, per il suo perfezionamento, è necessaria l'effettiva corresponsione della retribuzione ai dipendenti». Non basta. Secondo Piazza Cavour, «l'esborso delle somme dovute ai lavoratori è un presupposto indefettibile della fattispecie criminosa e deve essere provato dalla pubblica accusa con documenti, testimoni o gravi, precisi, concordanti indizi». Insomma in Cassazione ha fatto breccia la tesi sostenuta dalla difesa fin dal primo grado secondo cui l'imprenditore, a causa del suo stato di insolvenza, non era stato nella condizione di pagare i lavoratori e aveva «corroborato la sua deduzione asserendo che la società era fallita e i dipendenti si erano insinuati nel passivo fallimentare». Mentre questo motivo, secondo la Corte d'appello di Brescia era assolutamente irrilevante. Di diverso avviso la Suprema corte che ha smontato l'intero impianto accusatorio sulla base della tesi del legale dell'imputato. Infatti, motivano i giudici «in presenza di una puntuale censura dell'atto di appello, decisiva per la risoluzione del caso, la Corte territoriale, senza svolgere indagini, si è limitata ad asserire che la situazione di difficoltà economica, e conseguenti omessi pagamenti, segnalata dall'imputato doveva ragionevolmente riguardare solo l'immediato periodo precedente al fallimento». Ma scrivono i giudici nel passaggio successivo, «la prospettazione difensiva, che era facilmente verificabile, meritava una maggiore considerazione e un apparato argomentativo che non concludesse con un convincimento espresso in termini di mera possibilità». Ora, per questa lacuna istruttoria e motivazionale, la sentenza impugnata è stata annullata con rinvio ad altra sezione della Corte d'appello di Brescia che, prima di chiudere il sipario sulla vicenda, dovrà stabilire se la crisi dell'azienda ha impedito al suo titolare di versare contributi e stipendio. Di tutt'altro segno la posizione della Procura: nell'udienza tenutasi il 14 giugno, l'accusa di Piazza Cavour aveva chiesto di confermare tutte la accuse nei confronti dell'imputato e di dichiarare (addirittura) inammissibili tutti i motivi di ricorso presentati.
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