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Il testo unico non convince

del 19/07/2011
di: di Manola Di Renzo
Il testo unico non convince
Il Testo unico per la riforma dell'apprendistato prosegue il suo percorso nell'intento di aiutare la formazione professionale e le aziende. Dopo l'accordo di regioni e governo si è dovuti passare per le parti sociali che la scorsa settimana hanno firmato.

Si è composto un testo organico, di soli sette articoli, ove, in sequenza logica, a un primo articolo definitorio segue la disciplina generale e comune alle tre tipologie. Appare subito chiaro, già dalla (relativa) brevità del testo come il ministro Sacconi stia spingendo per semplificare e snellire, per risolvere problemi che hanno afflitto fino a oggi questo campo. La soluzione ha ora una forma.

Secondo il Cnai il Testo unico potrebbe portare un valore formativo di alto livello e dare risposta a una domanda, quella di lavoro professionale qualificato, che al momento rimane insoddisfatta. Sarà fondamentale però una semplificazione burocratica che non renda difficile il lavoro a tutti. La complessità della normativa di riferimento e l'incerto riparto di competenze tra stato, regioni e parti sociali ha certamente giocato un ruolo importante nelle dinamiche che hanno fatto sì che, in questi anni, vi sia stato un limitato ricorso al contratto di apprendistato da parte del nostro sistema produttivo. La speranza è ora le cose possano cambiare.

Il contratto prevede tre tipologie di contratti per chi entra nel lavoro.

La riforma rimodula l'apprendistato su tipologie contrattuali finalizzate alla formazione e all'occupazione dei giovani: per la qualifica professionale; professionalizzante o contratto di mestiere; di alta formazione e ricerca. Agli apprendisti si applicheranno inoltre le norme sulla previdenza e assistenza sociale obbligatoria, dall' assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali a quella contro le malattie, fino alle tutele per la maternità ed agli assegni familiari. L'apprendistato sarebbe un contratto strategico per l'ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e, se normato correttamente, permetterebbe di superare definitivamente quegli ostacoli che ne hanno impedito una diffusione adeguata alle sue potenzialità. Dunque la realizzazione potrebbe non sembrare più così lontana.

È democratico e nello stato naturale delle cose che venga chiesto il parere delle parti sociali, tuttavia risulta che nemmeno l'1% degli apprendisti presenti nel comparto privato sia iscritto al sindacato, quindi una tematica difficile da disciplinare quando non la si conosce a fondo. Peggio ancora, quando per poter firmare l'intesa sull'apprendistato si pretende il recepimento di osservazioni, di dubbio interesse collettivo.

Un'importante novità riguarda l'estensione di due delle tre forme di apprendistato previste, apprendistato professionalizzante e apprendistato di alta formazione e ricerca, al settore pubblico. Si tratta di uno dei punti voluti fortemente da alcune parti sociali. Sicuramente nel pubblico potranno rappresentare qualche apprendista, allora ci si chiede se è questo il motivo di tanta insistenza. O se, forse, ci sia di più.

Attualmente nel mercato del lavoro italiano, il comparto che ha sicuramente più bisogno di supporti è quello privato. Lo stesso settore che potrebbe sfornare individui preparati professionalmente non ottiene i giusti riconoscimenti. Infatti le capacità e le esperienze acquisite in azienda permettono la spendibilità della qualifica anche in altre realtà lavorative private, cosa assai diversa di ciò che accade nell'apparato pubblico.

Periodicamente, nel nostro sistema, sono state inserite tipologie contrattuali nuove e, sistematicamente, si è pensato poi di limitarne l'uso sempre per il luogo comune che ha portato all'abuso di questi contratti.

Quindi per punire un numero, talvolta ridicolo, di aziende che hanno utilizzato impropriamente gli strumenti di lavoro a disposizione, vengono penalizzati anche tutti coloro avrebbe potuto favorire il rilancio dell'occupazione. Non è logico. E la medesima situazione che si sta verificando per gli stage e i tirocini. Ricordiamo che le prime realtà ad applicarli sono stati propri i settori universitari, quelli del sistema sanitario e il nostro apparato politico, tra portaborse, segretari, aiutanti e figure del genere.

Un'indagine messa subito a tacere riguardava proprio l'alto numero di lavoratori presenti nelle camere del governo, ma non assunti.

Anche in questi casi si ravvede ampiamente lo svilupparsi di un molteplicità di relazioni precarie, però si continua a vessare le aziende private e alcuni sindacati, interessati dalle stesse vicende, naturalmente tacciono.

Tornando all'apprendistato, speriamo che non si dia vita a un nuovo strumento a favore dei soliti.

Un aspetto che già piaceva agli addetti ai lavori era l' accorpamento di tutta la normativa attualmente vigente in un'unica legge, per abrogare tutte le norme nazionali e regionali di contrasto. Purtroppo si è fatto un passo indietro, per adesso sono ancora tante le funzioni demandate alle Regioni.

Per esempio, le Regioni sono chiamate a disciplinare la formazione di base e trasversale nel caso di apprendistato professionalizzante. Sempre le Regioni insieme alle associazioni datoriali hanno la possibilità di riconoscere la qualifica di maestro artigiano o di mestiere.

La formazione di tipo professionalizzante e di mestiere, svolta sotto la responsabilità della azienda, è integrata nei limiti delle risorse annualmente disponibili dall'offerta formativa pubblica, interna o esterna alla azienda, finalizzata alla acquisizione di competenze di base e trasversali e disciplinata dalle Regioni sentite le parti sociali e tenuto conto dell'età, del titolo di studio e delle competenze dell'apprendista.

La crisi economica di questi anni e il gap sempre maggiore tra l'offerta delle diverse istituzioni formative e i bisogni di un mercato del lavoro sempre più dinamico e globale, hanno posto di nuovo al centro del dibattito il tema del rapporto tra qualità della formazione e bisogni del sistema aziendale. Abbiamo detto più volte come si viva quotidianamente il paradosso di imprese che non trovano soddisfazione alla propria domanda di figure professionali specializzate e la disoccupazione giovanile che tocca livelli altissimi.

Proprio per questo non è pensabile che le Regioni e le associazioni possano rilasciare le qualifiche nel comparto del settore artigiano.

Il periodo di apprendistato viene svolto in azienda e la stessa azienda dovrebbe rilasciare, alla fine del periodo, la qualifica maturata. Altrimenti, nascerebbe un modello di qualifica certificata, da poter far valere nei confronti di tutte le aziende, quasi vincolante nei casi di nuove assunzioni.

Le stesse qualifiche non sempre sono supportate da un reale profilo formato e preparato, quindi c'è il rischio della scarsa applicabilità. Inoltre si tratterebbe di un comportamento non fruibile negli altri settori produttivi.

Nell'intesa siglata si è dedicato ampio spazio all'esperienze regionali, con l'intenzione di avviare delle sinergie per la formazione degli apprendisti.

Naturalmente andranno individuati i costi che le regioni saranno chiamate a sostenere per la formazione di docenti propri, quando si potrebbe pensare di coinvolgere le stesse scuole, i cui insegnanti risultano possedere anche le conoscenze trasversali necessari a facilitare i processi di insegnamento e trasferimento delle informazioni.

Non da ultimo, poteva risultare interessante un accordo stato-scuole per organizzare percorsi formativi di apprendistato, ripopolando l'apparato dell'istruzione. Ma il condizionale lascia il tempo che trova.

Noi del Cnai condividiamo l'impegno del ministro Sacconi, lo sforzo nel trasformare l'apprendistato in un valido strumento per avvicinare i giovani al lavoro, per aumentarne l' «occupabilità» e la preparazione, ma con le premesse attuali le aziende continueranno a trovare difficoltà, responsabilità e pochissima convenienza in questa tipologia contrattuale.

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