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Pensioni, il sistema non va

del 14/07/2011
di: di Manola Di Renzo
Pensioni, il sistema non va
I pensionati del futuro si lamentano. Il decreto legge 98/2010 contiene, tra le altre, una misura che è meno condivisa dai lavoratori che dai pensionati. Se i pensionati di oggi vivono in ristrettezza, il lavoratore, futuro pensionato, vivrà di stenti.

Circa i due terzi dei pensionati percepiscono un trattamento più che modesto, sicuramente non adeguato al costo della vita, ma non è stato questo l'argomento trattato in sede di riforme. L'opposizione più che limitarsi a contrastare la riforma avrebbe dovuto proporre una misura alternativa, per esempio una rivisitazione del sistema contributivo sia nel privato che nel pubblico. Su temi così importanti servirebbe un lavoro comune.

Se andiamo ad analizzare il costo medio dei contributi previdenziali obbligatori gravante sulla retribuzione lorda di un operaio, osserviamo che la percentuale versata è pari circa al 43%, divisa dalla quota a carico del dipendente e quella dell'azienda che si aggira intorno al 33%, quindi ipotizzando un imponibile contributivo mensile di 1.500,00 euro, al fondo pensionistico arrivano ogni mese 645,00 euro. Se poi moltiplichiamo questo numero per il periodo medio di lavoro dello stesso operaio, è difficile capire come da un capitale versato tanto elevato emerga, in realtà, solo una rendita che si potrebbe definire ridicola.

L'Italia è uno dei pochi paesi in Europa, se non l'unico, dove la contribuzione sui salari è tanto alta, ma le pensioni non sono collegate e proporzionate agli stessi. Siamo in presenza di un sistema che ha del paradossale. Se il costo dei lavoratori sale, aumentano in proporzione anche i contributi previdenziali. Eppure l'adeguamento sulle pensioni viene calcolato con il sistema della perequazione automatica, sistema sicuramente errato, ma senza alternative. Invece nella manovra si è provveduto a intervenirvi per ridurre ulteriormente gli effetti della rivalutazione, unica strada presente.

Il ruolo dell'opposizione non è quello della critica sterile. Sarebbe stato molto meglio, per tutti, ascoltare la presentazione di un progetto o di modiche costruttive. Avrebbero dovuto (e potuto) presentare una manovra di ristrutturazione completa dell'intero sistema pensionistico, per evitare che, tra qualche anno, la riforma delle pensioni torni in ballo nuovamente.

Non si capisce perché nessuno esordisca chiedendo come mai i costi di gestione degli apparati delegati all'erogazione delle pensioni sia così elevato. Perché se la maggior fetta delle cifre accantonate per pagare le pensioni viene utilizzata per i costi fissi delle strutture degli enti previdenziali e per altre voci di costo non inerenti, è facilmente intuibile il motivo per cui i conti non tornino. Invece le uniche contestazioni emerse riguardano le cifre del debito pubblico e non la causa. Ma senza intervenire sui motivi a monte non si avranno ripercussioni decisive alla base.

Nel nostro sistema sono presenti diverse casse di previdenza, si potrebbe azzardare inutili: basterebbe riunirle in unica organizzazione, andando così ad abbattere non solo le spese in eccesso, ma semplificando anche le procedure, nell'ottica di una reale politica di semplificazione.

Il Cnai torna sempre su un concetto fondamentale: devono cessare le discriminazioni tra lavoratori del settore pubblico e quelli del settore privato, la contribuzione obbligatoria deve garantire pari trattamento a tutti gli aventi diritto. Ed ecco perché le politiche del lavoro e quelle sociali devono muoversi all'unisono. Non si può prescindere dalla corrispondenza in essere tra salari e pensioni.

I primi alimentano i secondi, quindi sono sempre più indispensabili le manovre tese a favorire l'occupazione e ancora di più a favorire lo sviluppo della produttività nelle aziende.

E se vogliamo riconoscere pari dignità a tutti i lavoratori, dobbiamo necessariamente, da subito, intervenire sulle disuguaglianze dei diritti e dei doveri presenti tra le due categorie di lavoratori.

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