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Professioni, no alla deregulation

del 14/07/2011
di: di Gaetano Stella presidente di Confprofessioni
Professioni, no alla deregulation
Il processo di liberalizzazione delle professioni annunciato dal ministro dell'economia, Giulio Tremonti, e abbozzato nella manovra correttiva che istituisce una Commissione di studio interministeriale e composta dai rappresentanti della Commissione europea, dell'Ocse e del Fondo monetario internazionale, può rappresentare una seria prospettiva per riposizionare le attività intellettuali tra il mercato, i cittadini e le istituzioni di governo centrali e del territorio, salvaguardando le prerogative dei professionisti.

Lo stallo della riforma delle professioni, insieme con il perdurare della congiuntura negativa, impone infatti una scossa riformatrice condivisa e unitaria che deve nascere dalla base dei liberi professionisti, nuovi protagonisti del cambiamento, e non calata dall'alto attraverso decreti o ingiunzioni, secondo uno stile da soviet supremo. Le ipotesi di intervento che si sono succedute durante l'iter di approvazione del decreto legge di stabilizzazione finanziaria hanno preso in contropiede i vertici ordinistici e l'intero comparto delle professioni, tra stupore e sconcerto. La prima bozza che conteneva addirittura la cancellazione degli ordini è stata sopravanzata da una proposta di legge delega che, oltre alla abolizione dei minimi tariffari, dei divieti imposti all'attività pubblicitaria e la possibilità di costituire società di capitali, prevede anche l'abolizione dell'esame di Stato per la professione di avvocato e di dottore commercialista ed esperto contabile. Il segnale lanciato dal governo appare dunque chiaro, seppur poco coerente con le promesse fin qui fatte.

Accerchiamento delle libere professioni o spinte evolutive di un sistema ancorato a leggi istitutive che in molti casi risalgono agli inizi del secolo scorso? Per poter comprendere la reale portata del disegno liberalizzatore occorre tener presente due fattori: l'impatto economico delle professioni intellettuali (nella sua più ampia accezione) nella società italiana e la tutela dei cittadini rispetto a una prestazione professionale. La crescita esponenziale di iscritti agli albi negli ultimi dieci anni, assieme al proliferare di nuove professionalità diversamente regolamentate, ha innescato un profondo mutamento, probabilmente irreversibile, nelle dinamiche che regolano il settore delle attività professionali. Tuttavia, l'attuale assetto ordinamentale degli albi e delle casse non ha saputo governare appieno tale frenetico processo di crescita, imbrigliato da norme obsolete e da fughe in avanti sulla rappresentanza collettiva dei professionisti. Infatti, la sovrapposizione tra garanzia della fede pubblica e tutela degli iscritti, prospettata dagli ordini nel disegno di riforma delle professioni, ha generato nella classe politica e negli stessi professionisti una confusione sul ruolo istituzionale di chi è chiamato a vigilare sulla correttezza della prestazione verso gli utenti, aprendo il fianco a soluzioni draconiane che, alimentate dalla politica liberista dell'Unione europea, portano inesorabilmente a una deregulation dell'intero settore professionale.

Certo, l'ipotesi di cancellare con un colpo di spugna gli ordini è tanto suggestiva, quanto irrealizzabile alla luce del valore che la Costituzione attribuisce agli albi. Tuttavia, i tempi per un profondo processo di sburocratizzazione degli ordini professionali appaiono oramai maturi. Il complesso mosaico che forma la galassia delle professioni intellettuali, infatti, va oltre gli albi e le casse e rilancia il ruolo delle associazioni datoriali, quali corpi intermedi tra i professionisti e la politica. La grande sfida che attende l'intera classe professionale è quella di riuscire a ridisegnare, fin dalle fondamenta, funzioni e attribuzioni in capo agli ordini, alle casse e alle associazioni professionali; ristabilire un quadro di regole trasparenti che sappiano rappresentare l'intero comparto al Paese in ogni sua angolazione: garanzia della prestazione professionale (ordini), salvaguardia dei regimi pensionistici degli iscritti (casse) e funzione sociale delle professioni (associazioni datoriali). Solo così si potrà sprigionare il reale valore economico e politico delle attività intellettuali, che già oggi occupano i gangli nervosi del sistema Paese, ma che in prospettiva sono chiamate a misurarsi su inediti campi di sviluppo. Le strategie di crescita che vedono impegnato governo e parlamento puntano su innovative politiche del lavoro, nuovi modelli di welfare, sistemi a rete e filiere, federalismo. Dall'altra parte, emergono sempre più nette le problematiche sull'accesso al credito, sui fattori di diseguaglianze di genere, generazionali e geografiche, sulla tassazione del lavoro, sulle attività non regolamentate, solo per citarne alcune. Su questi temi si dovrà ricostruire il futuro delle professioni intellettuali in una visione aperta e dinamica del mercato, senza se e senza ma. Si tratta di materie e interventi che tagliano in maniera trasversale tutte le categorie professionali e che necessitano di una visione ampia e organica dell'intero settore intellettuale. Ed è proprio su questi temi che Confprofessioni, nel suo ruolo di parte sociale del comparto, si sta facendo promotrice presso le istituzioni politiche per contribuire a delineare nuovi strumenti normativi che possano permettere ai liberi professionisti di riposizionarsi su un mercato sempre più competitivo, che va oltre le logiche delle competenze o delle tariffe. Da questo punto di vista le liberalizzazioni di Tremonti non possono rappresentare una minaccia all'esistenza del lavoro intellettuale, ma la valorizzazione di un settore capace di leggere e interpretare le evoluzioni del mercato.

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