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Patto a difesa dell'esame di stato

del 13/07/2011
di: di Luca Corvi Vice Presidente UNGDCEC e Andrea Pigliafreddo - Vice Presidente UNAGRACO
Patto a difesa dell'esame di stato
In un momento in cui la professione dei commercialisti sembra essere al centro dell'attenzione dell'opinione pubblica e in particolare di un legislatore sempre pronto a generare criticità in grado di complicare il lavoro dei professionisti, quello di cui nessuno ha bisogno è l'ironia e l'irascibilità che abbiamo avuto modo di vedere recentemente manifestate a mezzo stampa da illustri rappresentanti della categoria.

In primo luogo occorre rimarcare come l'azione di sindacato promossa dall'Ungdcec e dall'Unagraco oggi, come dal primo giorno di vita di entrambe le associazioni, siano volte alla tutela della professione e dei professionisti. In particolare di quelli più deboli, perché più giovani. È inutile ribadire che, in realtà, di questi aspetti i vertici della categoria ne sono perfettamente a conoscenza, grazie alle loro esperienze sindacali passate e quelle istituzionali presenti, per il futuro si vedrà.

Il tema della paventata abolizione dell'Esame di Stato non può essere visto come una semplice rimozione di un vincolo all'entrata nella casta dei professionisti, ma al contrario deve essere inquadrato nell'esposizione dei consumatori/contribuenti al rischio di affidarsi a professionisti incapaci di fornire prestazioni adeguate.

Il problema in Italia è casomai un altro: perché chi si laurea in Economia segue un percorso così vecchio e distante dal mondo del lavoro da avere bisogno non solo dell'esame di stato, ma anche del tirocinio formativo per imparare davvero un mestiere a cui l'università non li ha preparati?

Il fatto che le Casse di previdenza non abbiano voluto fare fronte comune con il resto della categoria su una azione che di sicuro non era in difesa dei professionisti, ma nell'interesse dei cittadini, che hanno il preciso diritto di essere assistiti da professionisti «certificati» ci addolora.

Ragioni che anche ora, a distanza di qualche giorno fatichiamo a non considerare strumentali e di comodo.

Visto che la mancata firma, a quanto pare, almeno per Cassa Dottori, è stata dovuta solamente alla richiesta di alcune modifiche evidentemente non accolte, sorge spontanea la domanda su quali fossero queste correzioni così importanti da impedirne la sottoscrizione? E perché su un documento che è rimasto in gestazione un giorno e mezzo questo «grido di dolore» si sia levato solo all'ultimo minuto. Soprattutto in un momento come questo dove la Categoria e il Paese hanno bisogno di chiarezza e compattezza.

Quello che invece, come sindacato, abbiamo l'interesse di riaffermare, alla vigilia degli appuntamenti «elettorali» che attendono la categoria, è che è indispensabile abbandonare i personalismi e le lotte intestine tra chi si è posto come obiettivo primario la tutela di un futuro della professione e dei professionisti.

L'Unione Giovani e l'Unagraco non sono disponibili ad accettare che un momento epocale come questo si trasformi in una mera corsa alle sedie come nel peggiore teatrino della politica. Con sotterfugi, finte, mosse e contromosse.

Per questo motivo, l'invito che rivolgiamo con decisione a tutti gli attori delle Casse di previdenza, al Consiglio nazionale, per non parlare dei sindacati nazionali è quello di sedersi intorno a un tavolo e discutere, senza pregiudizi, di come serrare le fila per affermare ancora una volta il valore sociale della professione del «commercialista» a tutela della fede pubblica e a difesa di un contribuente/cittadino vessato da una normativa fiscale e tributaria sempre più incisiva e invasiva nella vita di ciascuno di noi. Perdere questa occasione non significa solo prestare il fianco a essere tacciati di pensare solo al proprio particolare, ma significa soprattutto prendersi la responsabilità di consegnare alle nuove generazioni e ai propri figli una professione priva di futuro.

Ribadiamo la necessità di un fronte comune, che coinvolga non solo tutti i sindacati dei commercialisti ma la totalità del sistema delle professioni, nessuno escluso. Il rischio è che questo provvedimento paventato possa rappresentare un preludio all'abolizione degli ordini professionali.

La paventata soppressione dell'Esame di Stato è una ipotesi che va accantonata quanto prima e che svilisce le professioni che operano ogni giorno al fianco di imprese ed Enti locali nel tentativo di assisterle nella crescita, in uno scenario in cui sono troppo spesso abbandonate a se stesse. Le professioni hanno un ruolo di primaria importanza nel Paese, perché contribuiscono a generare sviluppo ponendo la massima attenzione al merito e alle capacità. Partecipano inoltre in maniera fondante alla realizzazione del 14% del prodotto interno lordo italiano, nonostante il pesante effetto della crisi economica che si ripercuote tanto sulle nostre attività quanto su quelle dei clienti, costretti a rimandare ripetutamente il momento in cui devono saldare le parcelle, innescando quindi un circolo letale al quale è difficile sottrarsi e che, come detto prima, va a colpire soprattutto chi non ha alle spalle la solidità di uno studio ben avviato e di anni di carriera professionale.

Con la volontà di cancellare l'Esame di Stato è l'intero sistema delle libere professioni a essere messo in discussione, eliminando l'unico discrimine tra un professionista e un lavoratore autonomo, e andando a generare una equiparazione di fatto tra qualifiche e percorsi di studi totalmente differenti.

Pensare che l'economia possa trovare una nuova linfa grazie a un provvedimento che abolisce l'esame significa solamente che chi rappresenta i cittadini italiani vive un profondo senso di distacco dalla realtà, rinchiuso in una Torre d'avorio dalla quale scaricare sulla cittadinanza le proprie colpe, le proprie responsabilità e l'incapacità nell'affrontare e risolvere i problemi del Paese. Soprattutto quando gli interventi da fare sarebbero di ben altra portata, rinnovando profondamente la struttura della pubblica amministrazione, riformando e semplificando l'apparato fiscale, operando una delegificazione che elimini i tanti lacci e lacciuoli che frenano lo sviluppo e l'imprenditoria, soprattutto quella media e piccola, che rappresenta in Italia il motore pulsante dell'economia.

Non vorremmo che le categorie si trovassero di fronte a una riforma delle libere professioni realizzata senza neanche un accenno di confronto e di dibattito.

Ciò che è in ballo è il futuro nostro e dei nostri figli, non le poltrone. Per questo motivo avremmo apprezzato che il documento sottoscritto da tutte le associazioni recasse anche l'adesione delle nostre due Casse e non solo quella del Consiglio nazionale.

Proprio al Consiglio chiediamo di agire con più forza a difesa della categoria e che dia un chiaro e forte segnale di serietà, che comporti il rispetto delle regole e sanzioni per chi va contro queste regole.

Se le divisioni su temi così importanti non ci sono e non ci potranno mai essere, se davvero la volontà di evitare personalismi è nell'animo di ciascuno di noi, allora non resta che lavorare insieme nel rispetto delle singole prerogative. Consigliamo di rileggere con maggiore calma e senza retropensieri, le posizioni a firma dei colleghi Carunchio e Di Vona, alle quali è stato fatto riferimento in questi giorni, poiché non ci sono stati attacchi o personalismi ma si faceva riferimento genericamente alle Casse così come anche al Consiglio nazionale.

Ci rammarica peraltro ricevere lezioni di stile da coloro che con dedizione hanno speso molti anni della loro vita al servizio della categoria. Ma la sensazione che percepiamo da qualche tempo, e che ci preoccupa di più, è che anche nella categoria si sta verificando la brutta abitudine a sentirsi indispensabili e a diventare professionisti della politica di categoria. Cosa che porta inesorabilmente a perdere il senso della base.

Così come ci spaventerebbe vedere colleghi passare a trattare da questioni di previdenza a questioni istituzionali, come se fossero indispensabili e come se su oltre centomila colleghi non fosse possibile trovare altro. Dispiace poi registrare una minimizzazione ed una limitazione del ruolo dei sindacati. Riteniamo che questi non vadano valutati solo per la numerosità di chi rappresentano, ma per la qualità delle loro azioni, che li vedono spesso affiancati alle realtà istituzionali del Paese e della categoria.

L'invito che rivolgiamo ai vertici della categoria è quello di tenere presente la parola collega.

Un piccolo consiglio, una piccola cosa, ma spesso è sulle piccole cose che si misura la grandezza degli uomini.

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