Questa una delle motivazioni che ha spinto, in questi giorni, tutta la magistratura tributaria a aderire in forma così massiccia allo sciopero indetto dall'associazione magistrati tributari.
«Riteniamo che vada mantenuto il regime attuale essenzialmente per due questioni», ha spiegato Falcone, «la prima è di principio, riteniamo infatti che le professionalità acquisite che hanno permesso sino a oggi un regolare e proficuo svolgimento delle fasi processuali tributarie, non vadano assolutamente penalizzate. Inoltre, qualora si dovesse considerare l'eventualità di un tale intervento, lo stesso dovrebbe produrre effetti solo per il futuro, senza dimenticare che la sola competenza in ambito giudiziario non è sufficiente per svolgere il ruolo di giudice tributario. Dal punto di vista pratico poi riteniamo che, in questo momento contingente in cui si paventa uno stallo della giustizia tributaria, l'introduzione di questa disposizione sia sicuramente improponibile. Le norme contenute nella manovra appaiono peraltro piuttosto contraddittorie. Si parla di sanatoria e mediazione per alleggerire le commissioni tributarie dall'arretrato e consentire ai giudici di dedicarsi agli avvisi esecutivi e allo stesso tempo le si depotenzia. Si vuole rendere più efficiente la giustizia tributaria con l'introduzione di un contributo unificato e si prospetta una ulteriore riduzione dell'organico già in evidente affanno».
La norma, se approvata, produrrà una riduzione di circa l'80% dei componenti attuali dei collegi giudicanti, con la conseguente e irreparabile paralisi delle commissioni tributarie. «È quantomeno auspicabile un repentino ripensamento», conclude Falcone, «per scongiurare il pericolo di ledere in primis il diritto alla difesa del contribuente».
