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Albi, l'esame di stato non si tocca

del 02/07/2011
di: di Ignazio Marino
Albi, l'esame di stato non si tocca
Dagli ordini un secco no alle liberalizzazioni. All'indomani della circolazione di una bozza di legge delega del governo sulla riforma delle professioni, circolata l'altro ieri in consiglio dei ministri ma alla fine messa da parte, le reazioni dei diretti interessati non si sono fatte attendere. E non solo per contestare misure come l'abolizione dell'esame di stato per commercialisti e avvocati. Ma anche per il metodo. Visto che fu proprio il ministro della giustizia Angelino Alfano più di un anno fa a convocare gli ordini a Via Arenula per chiedere delle proposte di riforma. Da allora nessun passo avanti se non la difesa del sistema ordinistico in diverse occasioni. Secondo ambienti vicini a Palazzo Chigi, lo stesso Alfano nulla sapeva della riforma all'ordine del giorno del Cdm e che prontamente si sia adoperato per bloccare «il blitz» portato avanti da altri colleghi di governo. Se non altro perché gli ordini sono vigilati dal ministero della giustizia e non da quello sulla semplificazione al quale il ddl delega affiderebbe il compito di scrivere la proposta di legge concreta. In mezzo a tante chiacchiere, l'unica certezza che resta è la preoccupazione delle categorie di rivivere la stagione delle «lenzuolate di Bersani» del 2006.

Il comitato unitario delle professioni. La presidente del Cup, Marina Calderone, da un lato registra con piacere che, intanto, il governo abbia rinunciato alla sua iniziativa di portare avanti le ipotesi di liberalizzazione. E per questo ringrazia il ministro Alfano. Dall'altro, però, non nasconde «la preoccupazione e il disappunto su questa azione del tutto improvvisata mentre gli ordini aspettano da un anno una risposta dal ministro della giustizia sulle proposte formulate delle stesse professioni. Per noi», continua la Calderone, «la sede dove discutere su come rendere più moderno un comparto che produce il 15% di prodotto interno lordo è e resterà Via Arenula». Nel merito delle misure, il presidente del Cup preferisce non dilungarsi più di tanto. «Commercialisti e avvocati sono fra le professioni più numerose a dimostrazione che l'accesso ai rispettivi albi è più aperto di quanto qualcuno creda».

I commercialisti. «Pronti a discutere su tutto, ma non sull'obbligatorietà dell'esame di Stato». È la posizione del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili in relazione ai contenuti del prospettato ddl sulle professioni, cui si associano tutte le principali sigle sindacali della categoria (Adc, Aidc, Unagraco, Anc, Andoc, Ungdcec, Unico). «Per i commercialisti italiani», afferma il presidente nazionale della categoria, Claudio Siciliotti, «la totalità delle previsioni generali del ddl delega arriva tardi, perché la nostra è una professione che ha già saputo riformarsi da sola nell'immobilismo del legislatore. Anche per questo la previsione dell'abrogazione dell'esame di Stato, specificamente prevista per i soli commercialisti e avvocati, suona doppiamente ingiusta e ingiustificata per gli iscritti all'Albo dei dottori commercialisti e degli esperti contabili». Per il Cndcec, l'esame di stato è tappa imprescindibile in quanto rappresenta il momento finale di un percorso di tutela dell'utenza che Siciliotti è pronto a difendere anche nelle opportune sedi giurisdizionali.

Gli avvocati. Per Maurizio de Tilla, presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura, «quella del governo sembra la brutta copia della lenzuolata di liberalizzazioni targate Bersani, anche se bisogna innanzitutto capire cosa ci sia effettivamente di nuovo, visto che molte delle misure anticipate risultano già in vigore con la legge Bersani. Abolizione delle tariffe, apertura a soci azionisti all'interno degli studi professionali, l'abolizione del divieto di pubblicità… sono tutte misure già esistenti che il governo duplica inutilmente. Per quanto riguarda, poi, l'abolizione dell'esame di stato per avvocati e commercialisti», ha aggiunto de Tilla, «deve passare per una modifica dell'articolo 33 della Costituzione e qualsiasi modifica introdotta per legge ordinaria incontrerebbe la bocciatura della Corte costituzionale». Il rappresentante dell'avvocatura ricorda che contro la legge Bersani «portammo in piazza 50 mila professionisti, se Alfano imiterà davvero l'ex ministro dell'economia siamo pronti a tornare in piazza».

Altre reazioni. Ma l'elenco delle critiche potrebbe essere lungo. Sul fronte della riforma delle professioni sono «seriamente preoccupati e sconcertati» anche i geologi rappresentati dal presidente del Cng, Gianvito Graziano. Mentre i medici dirigenti dell'Anaoo Assomed definiscono la manovra «un film già visto» dato che, commenta il Segretario Nazionale dell'Associazione, Costantino Troise, «per il Governo il risanamento dell'economia italiana passa, ancora una volta, solo per le tasche dei dipendenti pubblici ed il taglio dei servizi». Ancora, secondo i giovani avvocati dell'Aiga guidati da Giuseppe Sileci, «i cronici problemi della giustizia civile italiana non si risolvono attraverso l'aumento, talvolta esorbitante, del costo del contributo unificato, sostenuto dai cittadini per poter accedere ai tribunali, tanto più quando non si indica cosa si voglia fare con questo maggiore gettito e quando si pensa a questo ulteriore aumento dopo appena due anni dall'ultimo».

Fuori dal coro. In merito alla liberalizzazione delle professioni il presidente nazionale dei consulenti tributari dell'Ancot, Arvedo Marinelli, si dice d'accordo. «La nostra associazione si è sempre battuta per una riforma delle professioni del settore tributario che sia in linea con le decisioni assunte anche a livello comunitario». Aggiunge Riccardo Alemanno dei tributaristi dell'Int: «Non stupisce lo stralcio delle norme su liberalizzazioni delle professioni. La bozza del testo che è circolata in questi giorni aveva contenuti forti ma molto fumosi, quasi già predestinati allo stralcio. Vediamo se ora il tutto sarà inserito in una apposita delega, anche se nell'ambito delle professioni forse sarebbe opportuno partire dall' abolizione del valore legale dei titoli di studio».

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