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Professioni indispensabili al paese

del 30/06/2011
di: di Gaetano Stella presidente di Confprofessioni
Professioni indispensabili al paese
Solo oggi sapremo se la manovra finanziaria conterrà anche il «pacchetto sulle liberalizzazioni» delle professioni. La bozza messa a punto dal ministro dell'economia, Giulio Tremonti, che fino a ieri circolava nei corridoi del Palazzo, pare verrà ritirata in vista del Consiglio dei ministri, che oggi dovrà varare una manovra da 47 miliardi per riequilibrare il deficit pubblico e ridare fiato all'economia. Con un articolato poco comprensibile dal punto di vista legislativo e lessicale, il capitolo dedicato alle misure di «Liberalizzazione e Sviluppo» contenuto nella bozza del decreto attacca il cuore del sistema delle professioni, mettendole sullo stesso piano delle attività d'impresa. Al di là dell'imbarazzo dei liberi professionisti di fronte a una simile ipotesi, la manovra sottolinea le incongruenze politiche sulla materia delle professioni. Gli argomenti sul piatto spaziano dal disegno di riforma delle professioni, sul quale il ministro della giustizia, Angelino Alfano, aveva speso la propria parola per condurre in porto il riordino degli ordini professionali entro il 2012, al tavolo aperto dal ministro della salute, Ferruccio Fazio, che sta ridisegnando ruoli e competenze delle professioni sanitarie; mentre si sta discutendo un progetto di riforma delle professioni non regolamentate presso il ministero dello sviluppo economico.

Il «pacchetto liberalizzazioni» è contenuto nel capitolo dedicato allo sviluppo. I liberi professionisti, soprattutto quelli che lavorano al fianco delle piccole e medie imprese, sono i primi a comprendere le necessità di rilancio dell'economia e l'urgenza di un rientro del deficit pubblico per scongiurare la sindrome greca. Ma ancora una volta stupisce il metodo: si preferisce imboccare la scorciatoia delle liberalizzazioni sulle professioni per dare fiato all'economia italiana, piuttosto che agire sui nodi strutturali del paese. Certo, in un contesto industriale a basso impatto produttivo, il settore delle professioni e, più in generale, quello del terziario rappresenta un potenziale polmone economico per la crescita del paese. Tuttavia, non si arriva a comprendere l'apporto di una eventuale liberalizzazione sul pil e di occupazione reale. I liberi professionisti non sono contrari a misure che favoriscano la competitività e l'apertura del mercato dei servizi professionali. Se l'obiettivo dell'esecutivo è quello di rimuovere gli ostacoli allo sviluppo delle attività professionali, fermo restando l'impianto ordinamentale che regola l'esercizio delle attività professionali e della libera circolazione dei professionisti, un'impostazione normativa che semplifica l'accesso alle professioni, soprattutto da parte dei più giovani talenti che ritrovano nella libera professione una chance di affermazione economica e sociale, va nella giusta direzione. Viceversa, non possiamo immaginare un percorso che incoraggia la dequalificazione professionale o, peggio, svilisca la qualità della prestazione, elemento distintivo tra una professione intellettuale e qualsiasi altra forma di lavoro d'impresa.

La materia, anche sotto il profilo giurisprudenziale, è troppo complessa per bollarla come una banale liberalizzazione che mirerebbe all'abolizione degli ordini professionali tout court. Né la bozza contempla espressamente siffatta ipotesi, accarezzata spesso dai poteri forti che, mescolando direttive comunitarie (qualifiche professionali e direttiva servizi) con interessi corporativi, auspicano una deregulation del mercato dei servizi professionali. Senza regole, senza requisiti professionali. No, la materia è troppo complessa per gestirla in maniera unilaterale o attraverso colpi di mano che richiamano alla memoria l'epica relazione del presidente dell'Antitrust Giuliano Amato (correva l'anno 1997). Più opportuna appare invece la strada della concertazione e del dialogo con le forze sociali e istituzionali che rappresentano un settore economico, quello delle libere professioni intellettuali (regolamentate e non) che vale tra il 12,5% e il 15% del pil. Finora l'attuale governo ha dato prova di grande attenzione verso il sistema delle professioni: dall'introduzione degli ammortizzatori sociali negli studi professionali alle nuove norme sull'apprendistato, fino al più recente decreto Sviluppo che consente anche ai liberi professionisti di costituire confidi. E anche le stesse professioni si sono dimostrate interlocutori leali, autorevoli e competenti sui tavoli di concertazione e su quello delle riforme, non ultima quella fiscale che ha visto in prima linea la stessa Confprofessioni.

Che ora l'intero comparto necessiti di nuovi strumenti per competere sul mercato, eliminando tutti i paletti che ne frenano lo sviluppo, è tanto innegabile quanto urgente. Sono i liberi professionisti per primi a confermarlo, ma le libere professioni sono e rimarranno libere, al di là della possibile evoluzione della forma giuridica che potranno assumere. Ancora una volta i professionisti e Confprofessioni in prima linea sono pronti a discutere intorno a un tavolo le possibili linee evolutive delle professioni, coinvolgendo tutti gli attori politici e professionali per superare una impasse che dura da oltre 15 anni. Occorre definire ruoli e competenze dei singoli ordinamenti professionali, rilanciare il ruolo sociale del comparto nelle scelte politiche per il paese, garantire competitività e sviluppo per tutte le attività intellettuali, offrire ai giovani una prospettiva dignitosa e permettere alle regioni del Sud di recuperare il gap competitivo con il Nord. Sono questi i nodi strutturali che rallentano le professioni. Non possiamo immaginare di cancellare con un colpo di spugna l'accesso e l'esercizio delle professioni regolamentate. Né possiamo mettere sullo stesso piano stesso piano diritti costituzionalmente garantiti, pensiamo per esempio al diritto alla salute, con altre attività a bassissimo contenuto intellettuale: mestieri degnissimi che, però, non contemplano un percorso di studio universitario e regole deontologiche. Non possiamo confondere una licenza con un esame di Stato che abilita a una professione, ma soprattutto non possiamo monetizzare i diritti dei cittadini, che fino a oggi vedevano nella figura del libero professionista il garante di una prestazione ad alto contenuto intellettuale.

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