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Lavori rifiutati, non dagli stranieri

del 25/06/2011
di: da Treia Ignazio Marino e Valerio Stroppa
Lavori rifiutati, non dagli stranieri
I lavori rifiutati volano dell'immigrazione. Anche in uno scenario di crisi economica, in interi comparti dell'economia cresce la richiesta di mano d'opera che rimane inevasa tra i cittadini italiani (ancorché con un tasso di disoccupazione a due cifre). In agricoltura, specie nel Mezzogiorno. E sui lavori domestici: le famiglie che fanno ricorso a collaboratori sono circa 2,4 milioni, occupando oltre un milione e mezzo di persone, in grande maggioranza straniere. Un mismatching tra domanda e offerta che spinge a valutare l'ipotesi di introdurre un percorso agevolato, ossia al di fuori delle quote di ingresso che regolano i flussi migratori, per chi si impegna a lavorare nel settore dell'assistenza alle persone per almeno cinque anni, partecipando a corsi di professionalizzazione specifica. La proposta arriva dai consulenti del lavoro nella giornata di apertura del Festival di Treia, nel Maceratese, che ha visto la partecipazione di 2.500 iscritti all'albo e non solo. «Nonostante la difficile congiuntura internazionale avviata nel 2008, la quota più consistente dei flussi migratori ha continuato a essere sollecitata essenzialmente da motivi lavorativi», osserva il presidente nazionale dei consulenti del lavoro, Marina Calderone, «e il lavoro domestico è uno dei poli più attrattivi». L'identikit del collaboratore domestico parla di una donna, giovane (il 67% ha meno di 40 anni) e straniera (72%, secondo dati Censis). Tra le mansioni svolte, pulire la casa (81%), fare la spesa (38%), accudire gli anziani (42%) e le persone non autosufficienti (28%). E in un paese che invecchia, il ruolo degli stranieri si rivelerà sempre più cruciale. «In considerazione della sempre maggiore richiesta di personale da adibire ai servizi di cura alla persona e vista la difficoltà a reperire lavoratori italiani disponibili a coprire i posti vacanti, la strada da percorrere è certamente quella di incrementare le quote di ingresso dei lavoratori extracomunitari da impiegare in tali attività», evidenzia Calderone, che ha trattato il tema anche nel suo libro Il lavoro che vorrei, presentato ieri.

I lavori rifiutati, tuttavia, non si limitano entro i confini delle mura domestiche. «Si tratta anche dei lavori pericolosi, di quelli faticosi e, più in generale, di tutti quelli percepiti, con logiche spesso non condivisibili, come socialmente non gratificanti», sottolinea Antonio Vallebona, ordinario di diritto del lavoro all'università di Roma-Tor Vergata. «In tale ottica l'apporto degli immigrati è insostituibile e lo sarà sempre di più in futuro», prosegue il docente, «anche se verrebbe da chiedersi se si possono realmente considerare disoccupati i lavoratori italiani che questi lavori non vogliono farli».

Dati alla mano, però, tra le figure professionali più «introvabili» ci sono anche molti mestieri manuali. «Installatori di allarmi, panettieri, sarti, piastrellisti, perfino aiuti parrucchieri», spiega Vincenzo Silvestri, segretario del Consiglio nazionale dei consulenti del lavoro, «senza poi parlare degli operai specializzati nei settori più tipici tra quelli che hanno contribuito al successo del made in Italy. È necessario ripensare il sistema e rivalutare queste professioni».

A cominciare dal mondo della scuola. «La crescita dell'immigrazione ha senz'altro ragioni demografiche e anagrafiche, che peraltro non potranno far altro che acuirsi nei prossimi anni, quando si calcola che per ogni giovane che entrerà nel mondo del lavoro usciranno due unità», rileva Natale Forlani, direttore generale immigrazione del ministero del lavoro, «ma specularmente c'è una scolarizzazione che ha disorientato gli studenti. È un problema tutto italiano: bisogna riformare il sistema dell'istruzione, migliorando il rapporto con il mondo del lavoro e sopperendo alle lacune nell'orientamento dei giovani». «Il fenomeno che si è visto finora, peraltro, è destinato a cambiare», aggiunge Forlani, «perché dal 2015 in avanti cominceranno a entrare sul mercato le seconde generazioni degli immigrati, nate e/o cresciute in Italia e quindi di certo meno propense a ricoprire quei posti c.d. “rifiutati”». Anche se probabilmente molti saranno impegnati nelle imprese di famiglia, dal momento che i piccoli imprenditori titolari di aziende individuali sono circa 250 mila, soprattutto nel commercio, nelle costruzioni e nelle manifatture.

«Gli immigrati hanno una maggiore propensione al rischio d'impresa », evidenzia Giuliano Cazzola, deputato Pdl e vicepresidente della commissione lavoro della camera, «e in più vanno a riempire dei vuoti che i nostri connazionali non considerano. Spesso sembra che l'unico problema sia la legislazione sulla flessibilità, dimenticando che quella normativa è riuscita a far crescere ininterrottamente tra in '97 al 2007 l'occupazione, contribuendo alla creazione di tre milioni di posti di lavoro. Di certo c'è però che occorre intervenire in tempi rapidissimi». Prima ancora che attraverso riforme e interventi normativi, però, «è necessario un cambio di mentalità relativamente agli stranieri. Per esempio percependo l'immigrazione come un fenomeno tendenzialmente regolare e non irregolare», spiega monsignor Vittorio Nozza, direttore Caritas Italiana, «come una risorsa e non un problema, ricordando che più di un milione di persone di diversa nazionalità lavora nelle nostre case, assiste i nostri cari, vivendo in molti casi un rapporto personale di fiducia e collaborazione che va al di là dei semplici compiti professionali».

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