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Un errore colpire le banche

del 23/06/2011
di: di Tancredi Bianchi*
Un errore colpire le banche
Per natura e tradizione, le banche non inclinano a essere «contribuenti evasori» o, in ogni caso, contribuenti maliziosamente irrispettosi delle norme. Mi induce a tale conclusione sia l'esperienza vissuta al vertice esecutivo di una banca di credito ordinario, sia l'esperienza alla presidenza dell'Associazione bancaria italiana.

Ciò nonostante, il rapporto tra il sistema bancario e l'amministrazione finanziaria dello stato non è facile. Le banche seguono politiche di bilancio, anche per motivi di immagine, che diffondono l'opinione di imprese con redditività continua nel tempo, nell'alta e nella bassa congiuntura economica. Tale deduzione non è puntuale. Quando le esigenze del bilancio statale stimolano la ricerca di altre entrate, pensare a un'imposta o a una tassa nuova, anche particolare e/o transitoria, a carico delle banche, pare una via comoda, non invisa alla pubblica opinione.

Il più delle volte tale strada viene intrapresa quando anche il ciclo economico sta per mutare per le stesse banche, ma ciò viene riconosciuto con ritardo, quando le ricercate nuove entrate tributarie risultano inferiori alle previsioni.

Così, una fase di qualche mese con le quotazioni delle borse azionarie all'aumento, alimenta la schiera di coloro che vogliono una tassazione più severa dei capital gains; le norme giungeranno sovente quando, per la vicenda delle fluttuazioni delle quantità economiche, si staranno determinando prospettive diffuse di minusvalenze.

La recente crisi finanziaria internazionale ha sollecitato politici e giustizieri tributari a escogitare nuove imposizioni sulle transazioni finanziarie. Colpire gli effetti e non le cause di taluni accadimenti è un errore, non solo logico ma anche di politica fiscale.

* Comitato scientifico SFEF - Estratto dal n. 4 di SFEF

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