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Sostituzione, grava sul venditore

del 17/06/2011
di: Pagina a cura di Anna Irrera
Sostituzione, grava sul venditore
Per la sostituzione di un bene di consumo difettoso, il venditore deve rimuovere il bene dal luogo in cui lo ha installato il consumatore di buona fede e installarvi il bene sostitutivo, o sostenere le spese necessarie per tali operazioni. Tuttavia, il rimborso di tali spese può essere limitato a un importo proporzionato al valore del bene conforme e all'entità del difetto di conformità. Lo ha stabilito ieri la Corte di giustizia dell'Ue nelle sentenze nelle cause riunite C-65/09 e C-87/09. La direttiva che disciplina la vendita dei beni di consumo (1999/44/CE) prevede, infatti, che il venditore risponda al consumatore di qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene. Spiega la Corte che in caso di difetto di conformità il consumatore ha diritto al ripristino, senza spese, della conformità del bene mediante riparazione o sostituzione, salvo che ciò sia impossibile o sproporzionato. Inoltre, le riparazioni o le sostituzioni devono essere effettuate senza notevoli inconvenienti per il consumatore. «Qualora non sia possibile ottenere tale ripristino della conformità», spiega una nota, «questi può esigere una riduzione del prezzo o la risoluzione del contratto di vendita».

Precisano inoltre i giudici, che l'obbligo del venditore di farsi carico delle spese è indipendente dal fatto che il venditore fosse tenuto o meno, in base al contratto, a installare il bene. La Corte constata tuttavia che, in una situazione in cui la sostituzione del bene difettoso, quale unico rimedio possibile, comporti costi sproporzionati in ragione della necessità di rimuovere il bene non conforme dal luogo in cui è stato installato e di installare il bene sostitutivo, la direttiva non osta all'eventualità che il diritto del consumatore al rimborso sia limitato a un importo proporzionato all'entità del difetto di conformità e al valore che il bene avrebbe se fosse conforme.

Diritto d'autore. Sempre ieri, con la sentenza nella causa C-462/09, la Corte ha stabilito che gli Stati membri che hanno introdotto l'eccezione per copia privata sono tenuti a garantire una riscossione effettiva dell'equo compenso destinato a indennizzare gli autori. Tale obbligo di risultato sussiste anche qualora il venditore professionale dei supporti di riproduzione sia stabilito in un altro Stato membro. Infatti, secondo la direttiva sul diritto d'autore e sui diritti connessi nella società dell'informazione, il diritto esclusivo di riproduzione di materiale sonoro, visivo o audiovisivo appartiene agli autori, agli artisti interpreti ed ai produttori. Nondimeno, a titolo di eccezione, gli Stati membri possono autorizzare la realizzazione di copie private, a condizione che i titolari del diritto d'autore ricevano un «equo compenso». Quest'ultimo deve contribuire a far conseguire ai titolari dei diritti un'adeguata remunerazione per l'uso delle loro opere o dei materiali protetti. Precisa la Corte che l'introduzione dell'eccezione per copia privata (novellata in Italia dal dlgs 68/2003) non deve arrecare ingiustificato pregiudizio agli interessi legittimi del titolare del diritto d'autore. Ne consegue che, «a meno di non volerle privare di ogni effetto utile, le disposizioni della direttiva sul diritto d'autore impongono allo Stato membro che ha introdotto l'eccezione per copia privata nel proprio ordinamento nazionale un obbligo di risultato, nel senso che detto Stato è tenuto a garantire, nell'ambito delle sue competenze, una riscossione effettiva dell'equo compenso destinato a indennizzare gli autori lesi del pregiudizio subito, in particolare se questo è sorto nel territorio di tale Stato membro».

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