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Di lavoro si continua a morire. Serve una revisione

del 16/06/2011
di: Vincenzo Lucarelli
Di lavoro si continua a morire. Serve una revisione
Circa 295 i morti sul lavoro dall'inizio dell'anno. Di questi, sei in un solo giorno, un paio di settimane fa. Ce ne è abbastanza per sottolineare il fallimento di una organizzazione specifica e di una normativa messe in piedi per arginare un fenomeno su cui tanti soloni della prevenzione continuano a disquisire. Sotto questo profilo, si può essere soltanto pessimisti sul futuro della sicurezza sul lavoro e finire nel mito, se si confronta la realtà degli accadimenti con un sistema di prevenzione mai decollato sul serio e basato troppo spesso soltanto sulla sanitarizzazione degli interventi.

Uno dei capitoli più complessi, su cui giocare nei contenuti preventivi dell'originaria riforma sanitaria, è quello relativo al rischio di malattie legate a un inquinamento chimico multiplo dell'ambiente, che richiedeva un approccio metodologico corretto, rappresentato da una serie di livelli d'impegno. A partire, innanzitutto, dallo studio e dalla ricerca sperimentale della varia natura dei rischi singoli e multipli.

Il problema di fondo, ereditato dal 1978, è una specie di oscillazione tra mito legislativo legato alla riforma sanitaria e realtà pratica della prevenzione sul territorio, in rapporto a un'impreparazione su quello che andava realizzato per il futuro, mettendo a frutto le norme già esistenti (pure efficaci) sia per l'epoca, sia in itinere. Ora, alla luce delle statistiche (e di quello che legislativamente è stato realizzato di recente), tutto è possibile, purché lo si voglia fare e si sia d'accordo. O si trovi un accordo nel volerlo fare sul serio. Perché quello che accade a cadenza sempre più ravvicinata nel mondo del lavoro e negli ambienti di vita, in fatto di infortuni e tecnopatie, richiede di capire il valore e il fondamento culturale della prevenzione. Che non si esaurisce solo nell'applicazione delle norme di legge, considerando che non viviamo i tempi dell'abbondanza, anche se siamo ancora in piedi come paese e come economia.

Quanto alla Cisal, propone una revisione profonda sul modo di procedere della sicurezza, perché il ripetersi delle morti sul lavoro mette di fronte a inadempienze, omissioni, ritardi e insensibilità.

Infine, gli infortuni denunciati dall'Inail nel 1978, nei settori produttivi di industria e agricoltura, erano 1,2 milioni l'anno; di cui oltre 70 mila con esiti di inabilità permanente e 2.500 mortali. Ora, se da gennaio 2011 l'Italia in circa sei mesi registra 295 infortuni mortali con tutta l'innovazione tecnologica introdotta nell'organizzazione del lavoro e della produzione, compreso il Testo unico di norme varate fino a 2009, che cosa saremo costretti a conteggiare il 31 dicembre dell'anno in corso?

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