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Rappresentanza, conta l'inerenza

del 14/06/2011
di: di Susanna Baldi* * consulente Federagenti
Rappresentanza, conta l'inerenza
L'Agenzia delle entrate è intervenuta sul tema del trattamento fiscale dell'Iva relativa alle prestazioni alberghiere e di ristorazione, stabilendo che è totalmente detraibile purché inerente all'attività.

Fino all'agosto 2008, l'art. 19-bis1, comma 1, lett. e), del dpr n. 633/72, stabiliva che: «… salvo che formino oggetto dell'attività propria dell'impresa, non è ammessa in detrazione l'imposta relativa a prestazioni alberghiere e a somministrazioni di alimenti e bevande, con esclusione di quelle inerenti alla partecipazione a convegni, congressi e simili, erogate nei giorni di svolgimento degli stessi, delle somministrazioni effettuate nei confronti dei datori di lavoro nei locali dell'impresa o in locali adibiti a mensa scolastica, aziendale o interaziendale e delle somministrazioni commesse da imprese che forniscono servizi sostitutivi di mense aziendali, a prestazioni di trasporto di persone».

Tale disposizione della normativa tributaria nazionale, contrastava, con la direttiva europea sull'Iva n. 2006/112/Ce, che all'art. 168 stabilisce, infatti, che «nella misura in cui i beni e i servizi sono impiegati ai fini di sue operazioni soggette a imposta, il soggetto passivo ha il diritto, nello stato membro in cui effettua tali operazioni, di detrarre dall'importo dell'imposta di cui è debitore gli importi seguenti: a) l'Iva dovuta o assolta in tale stato membro per i beni che gli sono o gli saranno ceduti e per i servizi che gli sono o gli saranno resi da un altro soggetto passivo; b) l'Iva dovuta per le operazioni assimilate alle cessioni di beni e alle prestazioni di servizi conformemente all'articolo 18, lettera a), e all'articolo 27; c) l'Iva dovuta per gli acquisti intracomunitari di beni conformemente all'articolo 2, paragrafo 1, lettera b), punto i); d) l'Iva dovuta per le operazioni assimilate agli acquisti intracomunitari conformemente agli artt. 21 e 22; e) l'Iva dovuta o assolta per i beni importati in tale stato membro».

L'incompatibilità della norma nazionale con la direttiva comunitaria ha fatto sì che per tale motivo l'Italia nel 2006 sia stata oggetto di procedura d'infrazione (la n. 5040). Il legislatore con decreto-legge n. 112/2008, poi convertito in legge, è intervenuto sulla materia al fine di eliminare tale contrasto della normativa nazionale con quella comunitaria e dal 1° settembre 2008, tutti i contribuenti possono detrarre integralmente l'imposta sul valore aggiunto relativa alle suddette prestazioni, sempreché esse siano afferenti all'attività del soggetto e siano documentate attraverso l'unico documento valido ai fini dell'esercizio della detrazione, ovvero la fattura d'acquisto.

Che cosa accade, però, nell'ipotesi frequente, in cui il contribuente non dispone della fattura per detrarre l'Iva?

Prima dell'entrata in vigore delle nuove disposizioni sulla detraibilità dell'Iva, i contribuenti soprattutto nel caso di operazioni di importo piuttosto modesto, quali ad esempio il pranzo consumato nella pausa lavorativa, erano soliti richiedere la ricevuta fiscale per documentare il costo ai fini delle imposte dirette. Quando è stata introdotta la piena detrazione molti contribuenti hanno realizzato che il costo amministrativo e gestionale per esercitare tale diritto sarebbe stato maggiore del guadagno costituito dall'importo della detrazione stessa.

Consideriamo ad esempio il caso di un'agente di commercio che si reca giornalmente presso un bar per consumare il pranzo tra un appuntamento e un altro, l'importo esiguo della prestazione spinge l'agente a non richiedere la fattura ma la semplice ricevuta fiscale. La ricevuta consente di dedurre il costo dal reddito, sempre se inerente all'attività, ma non permette di detrarre l'Iva.

In un primo momento l'Agenzia delle entrate con circolare n. 6 del 3 marzo 2009 aveva negato la possibilità di considerare l'Iva non detratta relativa alle prestazioni alberghiere come un «costo inerente» e quindi deducibile dal reddito, asserendo che «la mancata richiesta della fattura non può avere riflessi ai fini della determinazione del reddito atteso che in tale ipotesi l'indetraibilità dell'Iva non deriverebbe da cause oggettive che precludono l'esercizio del relativo diritto bensì da una valutazione discrezionale del contribuente. Sebbene, pertanto, il diritto alla detrazione dell'Iva pagata per rivalsa sia subordinato al possesso della fattura, si ritiene che in mancanza della stessa l'imprenditore o il professionista non possano comunque dedurre dal reddito l'Iva compresa nel costo sostenuto per le prestazioni alberghiere e di ristorazione».

In seguito l'Amministrazione finanziaria ha preso atto che i contribuenti potrebbero trarre un maggior vantaggio economico non richiedendo le fatture d'acquisto e non detraendo l'Iva relativa alle prestazioni alberghiere e di ristorazione, qualora i costi per l'espletamento degli adempimenti necessari all'esercizio della detrazione siano maggiori rispetto a benefici.

In tal caso, ha sostenuto l'Agenzia delle entrate nella circolare n. 25/E del 2010, «posto che la scelta dell'operatore si prospetta come la soluzione economicamente più vantaggiosa, si può riconoscere all'Iva non detratta per mancanza della fattura la natura di «costo inerente» all'attività esercitata e, pertanto, la deducibilità ai fini delle imposte sui redditi».

A giustificazione di una simile posizione, l'Amministrazione finanziaria ha richiamato un suo precedente documento di prassi in cui si sosteneva che l'inerenza di un costo deve essere riconosciuta quando tale componente negativa sia frutto di una valutazione economica effettuata dal contribuente con lo scopo di massimizzare il risultato economico.

Più precisamente, «in tema di gestione aziendale, l'inerenza, e quindi l'inevitabilità' di un costo od onere, va riconosciuta per il solo fatto che tale costo o onere si pone in una scelta di convenienza per l'imprenditore, ovvero quando il fine perseguito e' sempre quello di pervenire al maggior risultato economico.

Ovviamente, l'accertamento di un siffatto carattere va condotto con riferimento alle specifiche condizioni in cui l'operazione si concretizza allo scopo di verificare che la stessa realizza effettivamente una scelta di convenienza per l'impresa».

L'Agenzia delle entrate ha stabilito quindi che i contribuenti possono dedurre dalle imposte sul reddito, così come dall'Irap, l'ammontare dell'Iva non detratta per mancanza della fattura relativa alle prestazioni alberghiere e di ristorazione, sempreché tale imposta non detratta costituisca un «costo inerente» nel senso poc'anzi illustrato.

Occorre ricordare, inoltre, che l'art. 109, comma 5, del Tuir, come modificato dall'art. 83, comma 28-quater, del decreto-legge n. 112 del 2008, ha previsto la deducibilità dal reddito delle spese di vitto e alloggio nella misura del 75%. Il costo complessivamente deducibile, da parte dei contribuenti, delle prestazioni in oggetto sarà pari, pertanto, al 75% dell'imponibile, aumentato dell'Iva non detratta.

Le spese di vitto e alloggio sostenute quindi dagli agenti di commercio, così come dai contribuenti, che rientrano nei costi inerenti la loro attività, sono deducibili dal reddito nella misura del 75% sia se giustificate da fattura sia da ricevuta fiscale. L'Iva relativa a tali costi è invece deducibile soltanto se viene prodotta regolare fattura, mentre quella contenuta nella ricevuta fiscale diventa costo.

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