Consulenza o Preventivo Gratuito

L'Italia non va condannata

del 14/06/2011
di: di Manola Di Renzo
L'Italia non va condannata
L'Economist torna ad attaccare l'Italia. L'aveva già fatto in passato, più di una volta, ma stavolta l'affondo è durissimo e banalizza in modo grossolano la situazione di un paese di 60 milioni d'abitanti. La critica apparsa venerdì scorso, a tratti feroce, viene dal Regno Unito, grande forza economica che nonostante sia nell'Unione europea continua a rifiutare l'euro con tutti gli oneri e gli onori che ciò comporta. Questa scelta di puro opportunismo, oltre a sollevare alcune perplessità, la pone in una posizione imbarazzante nei confronti dei paesi membri che si sono dati delle regole, spesso dure, a cui sottostare. Come si può sparare a zero in modo così disinvolto quando non si fa parte di un'organizzazione e quindi non si seguono tutte le sue regole?

Viene da chiedersi se sia alto giornalismo. Nel lungo spazio dedicato all'Italia ci si limita a giudicare un'intera nazione attraverso la vita di un singolo uomo, seppur presidente del consiglio e protagonista indiscusso degli ultimi due decenni. Già dalla copertina della rivista si evince un dichiarato intento di screditare l'Italia e gli italiani: «L'uomo che ha fregato l'intera nazione» (facciamo una traduzione libera del verbo utilizzando un eufemismo, ma la scelta lessicale del giornale non lascia spazio a fraintendimenti).

Non sembra giornalismo di spessore, semmai gossip di basso profilo, ricerca morbosa dello scandalo e degli intrighi. Si potrebbe fare altrettanto sulla corte inglese, sulla monarchia, e ne uscirebbero delle belle. Per non parlare del giornalismo più diffuso nel regno della Regina, che nelle prime pagine dei sui quotidiani spesso riporta donne svestite (la famosa pagina 3 del «Sun», immutata negli anni nonostante le lotte per la parità dei sessi). Ma parlare di economia è tutt'altra cosa. Viene da chiedersi perché gli inglesi siano interessati all'Italia, alla sua politica e alle relazioni del premier con la politica estera più di quanto possa risultare naturale. L'articolo rischia di sembrare pilotato e finalizzato a rendere il nostro paese ridicolo agli occhi dell'Europa. Sminuirlo nella sua leadership per attaccarlo su più fronti, quelli che servono. La critica viene da una nazione che cresce meno dei suoi concorrenti, che ha un tasso di competitività negativo e che subisce, come è stato scritto, del «condizionamento corporativo e conservatore dell'economia». Che si voglia distogliere l'attenzione dai problemi inglesi con la logica del «c'è chi sta peggio»?

La Gran Bretagna è stata sempre il vero freno allo sviluppo delle politiche dell'Unione europea, forse convinta che l'innovazione e le redini si tirassero dal Nord Europa, oggi però lo scenario è cambiato, ed è il Mediterraneo il centro dei veri affari.

È sotto gli occhi di tutti come da tempo gli inglesi vengano a investire in Italia, in particolare acquistano poderi, vecchi casolari, attività agricole, aprono bed&breakfast, attività turistiche e simili. Quindi qualcosa non torna. È un paese allo sbaraglio o un terreno di investimenti favorevoli, o ancora si tratta di una «new possession», ovvero di un moderno modo per cercare di colonizzarci?

In Italia c'è, ben radicata, una cosa che Oltremanica si è perso da tempo: il senso della famiglia. E al contrario del sistema inglese qui non si devono dedicare ingenti poste di bilancio a favore dell'elevato numero di ragazze madri disoccupate, per lo più giovanissime. Al contrario, noi ci preoccupiamo delle politiche alla famiglia, di divulgare e creare sistemi di valorizzazione delle donne nei luoghi di lavoro (come abbiamo più volte scritto qui al Cnai), alla conciliazione dei tempi di vita con quelli di lavoro. Metterla sul terreno dell'etica e della moralità, dunque, sembra non convenire al paese di Shakespeare in primo luogo. I giudizi dell'Economist apparsi la scorsa settimana suonano feroci almeno quanto generalizzati: «Una Italia che è arretrata economicamente rispetto a dieci anni fa mentre tutta l'Europa si è già ripresa; arretrata socialmente, arretrata sul piano dei diritti civili, arretrata moralmente e soprattutto arretrata eticamente».

Nel pezzo si fa riferimento addirittura al pericolo dell'uscita dell'Italia dalla zona euro. Detto da loro, che non hanno accettato la moneta comune, suona bizzarro. L'analisi dell'autore del rapporto lascia emergere un paese fermo che paga con la «crescita zero» le mancate riforme. «L'Italia ha tutte le cose che le servono per ripartire, quello che serve è un cambio di governo». Come se davvero tutto il male (o il bene) di una nazione derivasse da un colore politico. È un'analisi miope, a tratti ridicola. Le numerose pagine dedicate all'Italia in occasione dei 150 anni dell'Unità possono suonare azzeccate solo a chi ha fini strumentali. Lungi da noi voler mettere in discussione l'autorevolezza di questo serissimo giornale, ci chiediamo però se non abbia sbagliato i toni e il centro dell'attenzione. Le critiche aiutano a migliorare e fanno parte delle logiche aziendali in tempi di crisi, ma purché siano puntuali e utili. Sembra dunque che il centro dell'attenzione non sia l'Italia bensì un uomo. Ma ridurre l'economia di un paese a una persona, nel bene e nel male, appare assurdo.

L'unica osservazione che il lavoro, l'impegno e l'attività di imprenditori consente di fare con cognizione di causa è rivolta al presidente del consiglio. Il vero problema non sono le parole che arrivano da fuori, piuttosto quelle, sempre dure, che continuano a venire in «casa» dal fronte interno.

Sicuramente anche l'Italia ha dei problemi, delle zavorre che ne frenano la crescita, ma non è un problema inglese, i «panni sporchi» vanno lavati in casa. E se proprio si volesse analizzare la situazione italiana, servirebbero ben altri mezzi e una serietà (e imparzialità) che in questo lungo pezzo sono mancati.

Questo articolo è anche uno schiaffo (metaforico, si intende) a mano aperta a tutte le organizzazioni del lavoro e degli imprenditori, come il Cnai, che si impegnano per il buon andamento del paese, che studiano e lavorano accanto agli imprenditori per cercare nuove soluzioni affinché le aziende italiane non siano costrette a trasferirsi oltre confine, o a licenziare i propri dipendenti.

In comune con gli inglesi abbiamo solo i «conservatori» cioè alcune parti sociali radicate nelle loro chiusure e nei loro tornaconti, che frenano lo sviluppo delle imprese e delle manovre innovative del governo. È un paragone dai termini diversi, ma da alcuni tratti comuni.

Peccato che nel pezzo non ci sia un riferimento alla riforma dell'istruzione, al Patto con i giovani, alle parti sociali, alle novità introdotte da Marchionne e alla modernità a cui l'Italia cerca di andare incontro. Nessun riferimento ai nostri cervelli, seppur qualche volta costretti a cercare ospitalità all'estero.

L'invito al premier è che continui a lavorare per le politiche del lavoro, per i giovani, per il binomio scuola-formazione, per l'innovazione, per le riforme di sviluppo dei mercati, per la semplificazione della burocrazia, per i tagli alla spesa pubblica, per il protezionismo tremontiano alle aziende italiane, per la valorizzazione dei territori e in quanto agli inglesi viene da pensare ad una favola di Fedro che citava «Nondum matura est, nolo acerbam sumere» (la famosa uva acerba).

La speranza è che la prossima volta questi distratti giornalisti accettino l'invito del ministro Sacconi a «fargli da Cicerone» per conoscere l'Italia delle persone che lavorano, dell'eccellenza dei nostri prodotti, della nostra ineguagliabile artigianalità e l'alta specializzazione. Delle donne che rischiano doppiamente volendo crearsi una famiglia e creando impresa, aggiungiamo. Insomma, la delusione per un pezzo del genere incapace di guardare senza pregiudizi ad un paese come l'Italia rimane, e forte. E non bastano certo alcuni apprezzamenti come quello delle riforme studiate da Biagi per cambiare idea, perché significa essere rimasti fermi a quasi dieci anni fa.

vota