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Per l'abuso basta la presunzione

del 11/06/2011
di: di Debora Alberici
Per l'abuso basta la presunzione
La Cassazione amplia il campo di applicazione dell'elusione fiscale. Questa può infatti essere provata «per presunzioni» e sicuramente rientra nel divieto dirottare in un paradiso fiscale una quota degli utili di un'azienda, mediante una triangolazione societaria, ad altra impresa che non sopporta costi di produzione o distribuzione.

È quanto affermato dalla Suprema corte che, con la sentenza numero 12788 del 10 giugno 2011, torna alla linea dura sull'elusione interpretando in modo estensivo l'articolo 37 del dpr 600 del '73.

Secondo gli Ermellini la chiave di lettura della norma è quella per cui «gli uffici competenti, al fine di accertare la manovra elusiva del contribuente, possono avvalersi della prova per presunzione, la quale presuppone la possibilità logica di inferire, in modo non assiomatico, da un fatto noto e non controverso, il fatto da accertare». Questa prova può ritenersi raggiunta quando il fisco dimostra che l'operazione commerciale non risponde a logiche di mercato «ragionevoli», prive, dunque, «di reale contenuto economico diverso dal risparmio di imposta».

Si torna dunque alla vecchia guardia. Quando cioè la presunzione su un'operazione antieconomica era sufficiente per l'ufficio delle entrate che contestava l'abuso del diritto. Ma la posizione della Corte appare diversa, e forse ancora più forte, rispetto alle altre sentenze depositate finora. Qui, infatti, no si rinvia a un principio antielusivo generale e che fonda le sue radici addirittura nella Costituzione. No. Il Collegio di legittimità, questa volta, ha preferito dare un'interpretazione estensiva a una norma sugli accertamenti che fa parte del panorama delle disposizioni strettamente fiscali (articolo 37 del dpr 600 del 1973). La vicenda riguarda una srl ora il liquidazione che aveva partecipato a una triangolazione societaria, fra l'altro le aziende erano collegato da un socio comune. In particolare una parte degli utili erano stati ceduti a una delle tre società estere. Questa, però, non risultava aver sostenuto costi di produzione o distribuzione delle merci. Per questo l'ufficio aveva spiccato un accertamento Irpeg, Ilor e Iva per il '98 e il '99. Contro gli avvisi l'azienda aveva presentato ricorso alla commissione tributaria provinciale di Trento. I primi giudici gli avevano dato ragione sostenendo che non sussistevano i presupposti per l'applicabilità dell'articolo 37. Anche i secondo grado il fisco aveva perso. Infatti, secondo la Ctr le prove circa la natura elusiva delle norme tributarie delle operazioni commerciali erano insufficienti. Questo perché secondo i giudici di merito, «le società dovevano considerarsi esistenti e i rapporti commerciali intrattenuti reciprocamente e la suddivisione degli utili tra le stesse società non dimostravano l'interposizione fittizia».

Contro questa decisione il fisco ha presentato ricorso in Cassazione e, questa volta, lo ha vinto in pieno. Secondo gli Ermellini, in questo caso specifico, riguardante una triangolazione societaria che faceva capo a dei soci comuni alle tre aziende, l'amministrazione finanziaria ha provato sufficientemente l'operazione elusiva, «avendo posto il luce», dicono i giudici a chiare lettere, «il carattere antieconomico della triangolazione della cessione dei medesimi beni, non essendo razionalmente spiegabile secondo i criteri di logica aziendale, se non con l'intento di dirottare in un Paese a regime fiscale più favorevole una quota degli utili altrimenti assoggettati a tassazione in Italia, la attribuzione di una quota percentuale degli utili anche alla società che effettua la negoziazione intermedia sebbene questa non sopporti alcun costo inerente l'attività di produzione, trasporto, distribuzione».

Sulla stessa linea la Procura generale della Suprema corte che ha chiesto di accogliere il ricorso del fisco.

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