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Atenei, il cda blocca le attività commerciali

del 10/06/2011
di: di Andrea Mascolini
Atenei, il cda blocca le attività commerciali

Le Università non possono costituire società commerciali che operino per acquisire contratti da enti pubblici e per erogare servizi contendibili sul mercato, facendo concorrenza ai i soggetti privati; sono legittime soltanto quelle società funzionali al perseguimento dei propri fini istituzionali (ricerca e didattica); le università possono agire come operatori economici sul mercato, ma solo se tale ruolo è strumentale alla ricerca e all'insegnamento o a procacciare risorse da destinare a tali attività istituzionali. È quanto afferma la puntuale e approfondita decisione dell'Adunanza plenaria del Consiglio di stato del 3 giugno 2011, n. 10 (relatrice Rosaria De Nictolis), sulla legittimità della costituzione e dell'operato di una società commerciale (di engineering) costituita dall'Università Iuav di Venezia. L'ordinanza di rimessione aveva ritenuto che le Università, aventi finalità di insegnamento e di ricerca, potessero dare vita a società, nell'ambito della propria autonomia organizzativa e finanziaria, solo per il perseguimento dei propri fini istituzionali, e non per erogare servizi contendibili sul mercato. Tale posizione viene totalmente condivisa dall'Adunanza plenaria che, fra le altre cose, richiama l'art. 27, comma 3, della legge n. 244/2007, disposizione che «evidenzia un evidente disfavore del legislatore nei confronti della costituzione e del mantenimento da parte delle amministrazioni pubbliche (ivi comprese le università) di società commerciali con scopo lucrativo, il cui campo di attività esuli dall'ambito delle relative finalità istituzionali, né risulti comunque coperto da disposizioni normative di specie (secondo il modello delle c.d. “società di diritto singolare”)». Il Consiglio di stato rileva che una cosa è una società in house, che opera come modulo organizzativo dell'ente pubblico, altra cosa è la costituzione, da parte di un ente pubblico, di una società commerciale che non operi con l'ente socio, ma sul mercato, in concorrenza con operatori privati e accettando commesse sia da enti pubblici che da privati. In quest'ultimo caso sarebbe necessaria «una previsione legislativa espressa, e non può ritenersi consentita in termini generali, quanto meno nel caso in cui l'ente pubblico non ha fini di lucro», come è il caso delle università.

Secondo i giudici vige il «divieto per tali istituzioni di istituire società di capitali con scopo meramente lucrativo (le cui finalità, per definizione, esulano dal perseguimento delle tipiche finalità istituzionali)». Vengono ritenute inconferenti anche due norme (l'art. 7, l. n. 168/1989 e l'art. 66, dpr n. 382/1980) spesso invocate per legittimare l'acquisizione di proventi derivanti da contratti con enti pubblici e privati da parte di università: deve sempre trattarsi di «compatibilità e pertinenza della ricerca e consulenza, rispetto ai fini istituzionali» e i contratti devono essere stipulati «tramite le ordinarie strutture dell'Università, e non mediante società commerciali». Infine, chiosando la determina dell'Autorità per la vigilanza sui contratti pubblici n. 7 del 2011, la decisione afferma che le Università possono operare sul mercato non «nei limiti di compatibilità» con lo svolgimento della funzione scientifica e didattica, ma in limiti di «stretta compatibilità»; in altre parole le università possono anche partecipare a gare pubbliche quale operatore economico ma tale partecipazione deve «giovare al progresso della ricerca e dell'insegnamento, o procacciare risorse economiche da destinare a ricerca e insegnamento».

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