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Crediti Iva, illegittimo imporre il riporto

del 27/05/2011
di: Franco Ricca
Crediti Iva, illegittimo imporre il riporto
Se il soggetto passivo vanta un credito Iva, non è legittimo limitare il rimborso all'imposta pagata ai fornitori e imporre, invece, il riporto a nuovo della quota di credito rappresentata dall'imposta ancora dovuta ai fornitori. La normativa comunitaria, nel consentire agli stati membri di stabilire le modalità del rimborso, non autorizza infatti una tale limitazione.

Queste le conclusioni dell'avvocato generale della corte di giustizia, presentate il 26 maggio 2011 nella causa C-274/2010, promosso da un ricorso della commissione europea contro l'Ungheria. L'esecutivo dell'Ue ha attivato il procedimento per inadempimento davanti alla Corte ritenendo non conforme all'art. 183 della direttiva Iva (2006/112/Ce) la normativa ungherese, laddove esclude il rimborso dell'eccedenza nel caso in cui l'Iva detratta derivi da operazioni per le quali non sia stato pagato al fornitore il corrispettivo e l'imposta.

Secondo la Commissione, questa limitazione violerebbe il principio di neutralità fiscale, che attraverso il sistema della detrazione impone di sgravare completamente l'imprenditore dell'onere dell'Iva dovuta o pagata «a monte»; sarebbe inoltre contraria alla portata dell'art. 183 della direttiva. Tale disposizione prevede che qualora, per un periodo d'imposta, l'importo delle detrazioni superi quello dell'Iva dovuta, gli stati membri possono far riportare l'eccedenza al periodo successivo, o procedere al rimborso secondo modalità da essi stabilite.

L'Ungheria non ha condiviso i rilievi della commissione, sostenendo che il soggetto passivo non sopporta, a causa della norma controversa, alcun onere, non avendo ancora pagato l'imposta addebitatagli dal fornitore; la norma, dunque, tenterebbe di neutralizzare il vantaggio di cui beneficia l'acquirente dei beni e servizi, che altrimenti potrebbe pagare i propri fornitori grazie all'Iva rimborsatagli dallo stato, trovandosi in una situazione più vantaggiosa rispetto a un soggetto passivo che abbia pagato i propri fornitori prima.

Fra i vari argomenti difensivi, l'Ungheria ha inoltre sostenuto che la direttiva non prevede che l'eccedenza di credito possa essere riportata nel periodo successivo una sola volta e che la possibilità di ottenere il rimborso, in definitiva, dipende dalla decisione del soggetto passivo, il quale può infatti realizzare la condizione richiesta, ossia pagare i fornitori.

Al riguardo, l'avvocato generale non ha condiviso la censura della commissione incentrata sul principio di neutralità dell'Iva, attuato attraverso il meccanismo della detrazione, osservando in sintesi che la non rimborsabilità dell'Iva non pagata al fornitore non si traduce in un pregiudizio finanziario per il soggetto passivo, il quale, essendo insolvente, non ha infatti ancora sostenuto l'onere.

L'avvocato ha invece ritenuto fondato il contrasto con l'art. 183 della direttiva, che attribuisce agli stati membri solo due possibilità: riportare l'eccedenza al periodo successivo, oppure rimborsarla secondo le modalità da essi stabilite.

In particolare, ha osservato, la norma comunitaria accorda agli stati membri la facoltà di stabilire «le modalità» del rimborso, ma non la determinazione dell'importo delle detrazioni rimborsabile. Essi possono, quindi, stabilire le condizioni pratiche del rimborso, ad esempio il termine, i controlli dell'amministrazione per evitare rischi di frode, ma non possono aggiungere una condizione, quale quella prevista dalla normativa ungherese, volta a limitare il rimborso alla circostanza che l'imposta (legittimamente detratta) sia stata già pagata ai fornitori. Del resto, per effetto della regola sull'esigibilità, la stessa imposta che lo stato rimborsa all'acquirente deve essere versata dal fornitore, anche se non ne abbia ancora ottenuto il pagamento dal cliente.

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