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No a riposi doppi Spettano i danni

del 19/05/2011
di: di Dario Ferrara
No a riposi doppi Spettano i danni
La lavoratrice ha avuto due gemelli? Ha diritto al riposo giornaliero in misura doppia. E se il datore non si adegua, il risarcimento alla lavoratrice è automatico: scatta il ristoro liquidato in via equitativa anche senza l'allegazione di danni materiali come la necessità di far fronte al pagamento di personale per l'assistenza dei bambini. È quanto emerge dalla sentenza 2732/11 della sesta sezione del Consiglio di Stato.

Incassa 5 mila euro di risarcimento la poliziotta cui è negato il riposo giornaliero doppio in seguito alla nascita di due gemelle. Il danno è liquidato in base all'articolo 1226 Cc senza che la dipendente pubblica abbia allegato, per esempio, le spese sostenute per ingaggiare una baby sitter: il danno è implicito («in re ipsa» scrivono i giudici) perché l'obiettivo di tutelare la maternità cui tende la legge 53/2000 risulta vanificato dalla condotta del datore; oltre che la salute della madre, infatti, il legislatore si ripropone di tutelare le necessità fisiologiche dei neonati, che nel primo anno di vita hanno bisogno attenzione e affetto in misura adeguata. Insomma: se i figli sono due in un colpo solo, doppio deve essere il tempo da dedicar loro da parte della lavoratrice. E la regola vale anche per le situazione antecedenti la legge 53/2000, che rappresenta soltanto un'esplicitazione formale del principio. A essere leso è un diritto soggettivo della lavoratrice: una volta sfumato il permesso doppio, l'unica tutela possibile è il risarcimento.

Per la poliziotta, un agente scelto pugliese, non è necessario provare neppure la colpa dell'amministrazione, che è insita violazione delle disposizioni legislative da applicare: la lesione di un diritto soggettivo riconducibile al rapporto di lavoro determina netti profili di responsabilità contrattuale in capo al ministero dell'Interno. Che, tuttavia, dopo il «no» permessi doppi annulla il provvedimento di diniego. Va rimarcato, insomma, che l'amministrazione ottempera prontamente al giudicato cautelare e mostra comunque di voler uniformarsi alle decisioni dei magistrati: il datore di lavoro pubblico che appare determinato «a tornare nell'alveo della legalità» evita un risarcimento più corposo; gli interessi e la rivalutazione monetaria decorrono dalla data di pubblicazione della sentenza fino a quella di effettivo soddisfo della danneggiata.

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