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Frodi carosello, sull'ufficio ricade l'onere della prova

del 14/05/2011
di: La Redazione
Frodi carosello, sull'ufficio ricade l'onere della prova
La contabilità apparentemente regolare sposta sul fisco l'onere di provare la frode carosello. In particolare deve dimostrare la natura di cartiera del fornitore, il mancato pagamento dell'Iva come modalità preordinata al conseguimento dell'illecito, la connivenza nella frode valutando l'imprenditore come mediamente esperto.

Con due sentenze del 12 maggio 2011, le numero 10414 e 10417, la Cassazione fa un altro passo in avanti rispetto a quanto affermato nella prima decisione pro-contribuente sulle frodi carosello del 29 aprile scorso (la numero 9537) e con la quale era stato dato il via libera alla deduzione Iva anche in caso di coinvolgimento dell'azienda in un'inchiesta penale per una frode fiscale.

In particolare la sezione tributaria, dettando un vero e proprio vademecum sugli oneri a carico dell'amministrazione finanziaria, ha spiegato che «applicando i principi sopra esposti alla fattispecie concreta, concernente una frode carosello fondata sul meccanismo illustrato in premessa, ne consegue che, nel caso, come il presente, di apparente regolarità contabile della fattura, dotata dei requisiti di legge, l'onere della prova grava sull'Ufficio, nel senso che questi deve provare 1) gli elementi di fatto della frode, attinenti il cedente, ovvero la sua natura di cartiera, la inesistenza di una struttura autonoma operativa, il mancato pagamento dell'Iva come modalità preordinata al conseguimento di un utile nel meccanismo fraudolento e simili; 2) la connivenza nella frode da parte del cessionario, non necessariamente però con prova certa ed incontrovertibile, bensì con presunzioni semplici, purché dotati del requisito di gravità precisione e concordanza, consistenti nella esposizione di elementi obiettivi – che possono coincidere con quelli sub) 1 – tali da porre sull'avviso qualsiasi imprenditore onesto e mediamente esperto sulla inesistenza sostanziale del contraente, il quale non può non rilevarla e peraltro deve coglierla, per il dovere di accortezza e diligenza insito nell'esercizio di una attività imprenditoriale e commerciale qualificata».

Al di là di queste indicazioni la Corte ha comunque ribadito che la buona fede dell'azienda va sempre tutelata. Infatti, in presenza di una frode sull'Iva realizzata con una catena di successive cessioni, il cessionario ha il diritto di detrarre l'imposta quando «non sappia o non possa sapere» di essere coinvolto in un meccanismo fraudolento». Di più. Qualora, invece, sa o avrebbe dovuto sapere «di partecipare con il proprio acquisto ad una operazione che si iscrive in una frode fiscale il giudice deve negare il beneficio del diritto alla deduzione».

Molto più semplicemente si può dire che l'impresa acquirente ha un obbligo di diligenza «nella scelta del fornitore e di attenzione ai requisiti del venditore, non formali ( essendo evidente che ogni meccanismo fraudolento si cura in primo luogo di esibire all'esterno una apparente correttezza contabile e cartolare) ma sostanziali, nel senso di una effettiva esistenza nel cedente di una efficiente struttura operativa e della capacità di fornire autonomamente i beni acquistati».

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