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La luce di Sirio sui dirigenti

del 10/05/2011
di: Valerio Stroppa
La luce di Sirio sui dirigenti
Dal pugno di ferro al guanto di velluto. Tanto nella forma quanto nella sostanza. Il bon ton negli accertamenti fiscali viene auspicato e imposto, a livello sia amministrativo sia normativo, ma secondo le organizzazioni sindacali che rappresentano gli oltre 35 mila dipendenti dell'Agenzia delle entrate queste prese di posizione stridono con obiettivi di recupero sempre più elevati, svalutando l'operato di una categoria peraltro già da tempo in agitazione (si veda ItaliaOggi del 7 maggio scorso). Seppure provenienti da canali differenti, i recenti messaggi del ministro dell'economia, Giulio Tremonti, del direttore dell'Agenzia delle entrate, Attilio Befera e le disposizioni in materia tributaria contenute nel decreto sviluppo vanno tutti nella stessa direzione: vessare il contribuente con controlli troppo gravosi e accanimenti formali fa più male che bene al Paese, operando in senso contrario rispetto all'obiettivo di ottimizzare il livello di compliance. Stessa strada intrapresa dalla Guardia di finanza, che (si veda ItaliaOggi Sette dell'11 aprile 2011) ha già scelto da tempo la strada del bon ton. Quest'ultima si traduce in accessi in abiti civili per recare il minor pregiudizio possibile all'attività dei contribuenti, nella costante ricerca di dialogo e in atteggiamenti improntati ad equilibrio e riservatezza. Best practices già affermate dalla maxi-circolare sulle verifiche delle Fiamme gialle n. 1/2008 e che trovano conforto anche sul piano normativo, dato che il decreto sviluppo prevede ora, oltre alla riduzione dei termini per la permanenza dei verificatori presso la sede del contribuente, anche la regola generale dell'accesso in borghese da parte dei militari dell'amministrazione finanziaria.

Tuttavia, al di là degli aspetti «estetici», per mettere in atto eventuali soprusi ai danni del contribuente non è necessaria una divisa. Lo sa bene il numero uno delle Entrate, Attilio Befera, che nella sua lettera a tutti i dipendenti (si veda ItaliaOggi del 6 maggio scorso) ha letteralmente ordinato correttezza e lealtà nei confronti dei contribuenti, unica strada «per guadagnare sempre più il rispetto e la fiducia che i cittadini devono all'Istituzione di cui siamo rappresentanti». Il direttore dell'Agenzia si è detto «sconcertato» da quei funzionari del Fisco che tentano di giustificare accertamenti scarsamente o per nulla fondati con l'esigenza di raggiungere gli obiettivi di budget assegnati a inizio anno, imputando loro mediocre professionalità, scarso senso del proprio ruolo istituzionale, fino addirittura ad «apparentarne l'azione a quella di estorsori». Parole che hanno trovato il plauso di imprese, professionisti e contribuenti, mentre non si può dire altrettanto delle organizzazioni sindacali che rappresentano i lavoratori delle Entrate. Il tutto in un quadro in cui, nella valutazione del personale del fisco, il numero di accertamenti eseguiti e il «quantum» recuperato rientrano tra gli obiettivi incentivati, spingendo astrattamente in questo modo qualche ufficio a premere sull'acceleratore (si ricorda che i dirigenti vengono valutati attraverso il complesso sistema Sirio, che oltre che dei risultati tiene conto anche delle competenze organizzative). Le reazioni alla lettera del direttore delle Entrate sebbene contrastanti, sono state immediate. Secondo la Fondazione commercialisti italiani, tuttavia, il messaggio di Befera «non avrebbe dovuto provocare reazioni di alcun tipo, né da parte dei destinatari della missiva (che si ritengono offesi), né da parte dei contribuenti, semplicemente perché sono tutti presupposti già contenuti nello Statuto del contribuente». La Fondazione coglie l'occasione per rinnovare la proposta di elevare a rango costituzionale la legge n. 212/2000, anche per far risultare il sistema Italia «più affidabile agli occhi degli operatori stranieri che potenzialmente potrebbero investire nel nostro Paese».

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