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Truffe negli appalti, la 231 limita la confisca del profitto

del 04/05/2011
di: Debora Alberici
Truffe negli appalti, la 231 limita la confisca del profitto
La 231 limita la confisca del profitto della truffa ricavato dall'appalto alla parte di denaro che esula dalla prestazione regolare. Infatti non si può sequestrare l'intero corrispettivo percepito dall'azienda in virtù del reato perché potrebbe esserci una parte di guadagno determinato da attività lecite.

È quanto affermato dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 17064 del 3 maggio 2011, ha accolto il ricorso di due giovani imputati, prestanome in un'azienda del padre. In particolare la società aveva truffato il comune di Minturno, nell'ambito di un servizio per lo smaltimento dei rifiuti. Per questo le autorità avevano sequestrato tutto il corrispettivo ottenuto dall'appalto con l'ente locale, circa 14 milioni di euro.

Il riesame aveva confermato la misura. Contro la decisione i due ragazzi hanno presentato ricorso in Cassazione contestando proprio la misura del sequestro. La Suprema corte ha aderito a questa tesi chiarendo che «il profitto del reato oggetto di confisca si identifica con il vantaggio economico di diretta e immediata derivazione causale dal reato, specificando che, nel caso in cui questo venga consumato nell'ambito di un rapporto sinallagmatico», come ad esempio un appalto, «non può essere considerato tale anche l'utilità eventualmente conseguita dal danneggiato in ragione dell'esecuzione da parte dell'autore del reato delle prestazioni che il contratto gli impone». Dunque, «nella ricostruzione della nozione di profitto oggetto di confisca non può farsi ricorso a parametri valutativi di tipo aziendalistico, ma che in ogni caso tale nozione non può essere dilatata fino a determinare un'irragionevole e sostanziale duplicazione della sanzione nelle ipotesi in cui vi sia stato un adempimento, anche solo parziale, del contratto».

Questi principi, sanciti in virtù della confisca prevista dalla 231, possono essere applicati anche alle persone fisiche, precisa Piazza Cavour. E quindi in questo caso il Riesame avrebbe dovuto verificare se oltre all'esistenza di un vantaggio economico derivante direttamente dal reato e che poteva essere oggetto di confisca, non fosse individuabile anche una porzione di incremento economico determinato da una prestazione lecita eseguita in favore del comune di Minturno nel corso del rapporto contrattuale relativo alla gestione del servizio di rifiuti urbani, che avrebbe rappresentato il profitto non confiscabile, nella misura in cui fosse estraneo all'attività criminosa posta in essere. Infatti, «il corrispettivo di una prestazione regolarmente eseguita dall'obbligato ed accettata dalla controparte, che ne trae comunque una concreta utilitas, non può costituire una componente del profitto da reato, perché trova titolo legittimo nella fisiologica dinamica contrattuale e non può ritenersi sine causa o sine iure».

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