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Divorzio, modifiche non esecutive da subito

del 28/04/2011
di: Debora Alberici
Divorzio, modifiche non esecutive da subito
La sentenza che modifica le condizioni economiche della separazione o del divorzio non è un titolo immediatamente esecutivo con il quale si può avviare il pignoramento. Lanciando un preciso monito al Parlamento affinché colmi il vuoto normativo la Corte di cassazione ha sancito con una la sentenza n. 9373 del 27 aprile 2011, la non immediata esecutività delle decisioni con le quali vengono modificate dal giudice le condizioni economiche del divorzio o della separazione. Serve una clausola di esecutorietà del provvedimento.

La prima sezione civile ha inoltre sbarrato le porte a una possibile questione di legittimità costituzionale. La scure del Giudice delle leggi, insomma, non si abbatterà su delle disposizioni che per scelta legislativa hanno fatto si che le modifiche delle condizioni economiche fossero adottate in camera di consiglio. «È da ritenere», si legge in un importante passaggio della sentenza, «che i provvedimenti di modifica delle condizioni di separazione (e di divorzio), non siano immediatamente esecutivi». Ma non basta. «Certo di fronte alla generalizzata esecutorietà delle sentenze di primo grado, tale carattere appare una sorta di residuo affatto eccezionale, in una materia come quella familiare che richiede tempestività e snellezza operativa». Difficile, peraltro, ipotizzare una questione di legittimità costituzionale al riguardo: «I Giudici della Consulta non potrebbero che richiamare la scelta discrezionale del legislatore di attribuire ai procedimenti di modifica delle condizioni di separazione e divorzio, le forme di quelli in camera di consiglio». Toccherebbe dunque «al legislatore intervenire, secondo i voti di gran parte della dottrina».

Il caso riguarda una coppia di La Spezia. I due si erano prima separati e poi avevano divorziato. Il Tribunale aveva deciso per un assegno di mantenimento a carico del marito, anche per i due figli minori. Lui, nel frattempo aveva chiesto una riduzione dell'assegno. I giudici glielo avevano accordato scendendo a 700 euro mensili che l'uomo, però, aveva corrisposto di rado. Così la ex moglie aveva chiesto che fosse avviata la procedura esecutiva fra cui il pignoramento dello stipendio. Ma la decisione con la quale l'importo del mantenimento era stato ridotto non conteneva una clausola esplicita sull'esecuzione. Per questo i giudici erano rifiutati di dar corso al pignoramento. Contro questa decisione la donna ha presentato ricorso in Cassazione, ma, ancora una volta, lo ha perso.

Fra le righe nelle motivazioni si legge quasi il rammarico del Collegio di legittimità di non poter dar corso all'esecuzione. Ma, spiegano i giudici, c'è un vuoto normativo che impedisce di decidere in senso conforme a quanto sostenuto da anni dalla dottrina.

Anche la Procura generale della Suprema corte si è allineata al pensiero ormai consolidato dei giuristi che invocano la riforma chiedendo in udienza che il ricorso della signora fosse accolto dalla Cassazione. L'epilogo, per ora, è che la donna dovrà fare un'altra battaglia legale per ottenere i soldi dall'ex marito.

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